Birdman

26.01.2026

Reagan vuole dimostrare a sé, alla sua famiglia e a tutto il mondo che non è semplicemente un fenomeno da baraccone con le chiappe strette in un costume da uccello, ma un VERO attore... e questo gli porterà via tutto.

Essere performanti a teatro non è una scelta, è la normalità. Tranne forse per Reagan, un'ex star di Hollywood (Birdman) che vuole reinventarsi come attore di Broadway. Dalla maschera seducente del supereroe alla verità sanguinolenta del teatro d'autore. Reagan dev'essere triplicamente performante poiché scrittore, regista e protagonista della piéce. Ma non solo, come uomo di teatro, compagno/ex marito e padre. E, perché no, come Reagan, Birdman e Eddie.
     Ma essere performanti a teatro non è una scelta, è una prerogativa. Ed è per questo che Ralph, il "peggior attore che abbia mai visto", nelle prime scene viene colpito da una luce di scena in caduta libera sulla sua testolina e rimosso così "delicatamente" dallo spettacolo.
     Essere performanti non è volontà dei grandi artisti, è la medietà. La situazione in cui chiunque si trovi ad essere ingranaggio dell'inarrestabile macchinario teatrale è posto, dai più grandi attori fino agli ultimi addetti ai lavori. Performare è il compito di ciascuno, se non si performa si viene "delicatamente" rimossi.
     Il suddetto "macchinario teatrale", una sovrastruttura che si dispone nell'intricata composizione spazio temporale del set e del film stesso, è resa magistralmente tramite il piano sequenza che insegue freneticamente, a ritmo di jazz, la sparpagliata e labirintica mente teatrale che si compone di stanze, persone, gesti e posture, relazioni.
     Il macchinario teatrale imposta il Si. Tale per cui il teatro si performa. Ma per Reagan performare non è la normalità, come puppet mascherato e reso iconico dalla CGI performare non gli era richiesto. Inoltre, performare per Reagan non è semplicemente una prerogativa, la sua triplice tripla performance di sceneggiatore, regista, attore, teatrante, amante, padre, uomo, supereroe e personaggio, richiede tutto sé stesso. Questo spettacolo, tratto da 'Di cosa parliamo quando parliamo d'amore' di Raymond Carver, gli costa tutto, e di fatto il film si articola in un turbinio in cui tutto piano piano gli viene portato via. Reagan recita le sue mille sfumature mentre perde ogni cosa.
     E qui sorge il dubbio. Il dubbio esistenziale sull'essere che si articola in un dialogo cinematografico tra Reagan e Birdman. Questo supereroe pennuto che rappresenta la maschera dietro cui Reagan è amato, acclamato e reclamato, in quanto divo e perciò come corpo in mostra, adorato e osannato attraverso il multiverso del web. Questa sua maschera lo incalza costantemente: "questa gente non sa di cosa sei capace", il che triangola con la domanda muta che Reagan si sta ponendo dall'inizio del film: "io chi sono? Birdman o Reagan? Un padre? Un buon fidanzato? Un attore o una bufala? Di nuovo torna il quesito marracashiano:

Da dove vengo tutto è truffa e se fossi una truffa anch'io?

Ed è una risposta a questa domanda che il film sta apparecchiando. Il meccanismo teatrale in moto sta elaborando il dilemma. La performance, la performance come habitus teatrale e la performance attoriale come realizzazione e riuscita dello spettacolo finale, muta in una terza performance. Il nucleo forse del performativo.
     John L. Austin in Come fare cose con le parole mette in evidenza due concetti della linguistica: l'atto constativo, ossia, quello del dire; e il performativo, l'agire, il fare la tal cosa. La bifronte performance del film apparecchia il debutto ufficiale dello spettacolo come performativo di una domanda mai posta constativamente. Una domanda mai detta ma performata, a cui mai si risponde se non con una performance.

Da dove vengo tutto è truffa e se fossi una truffa anch'io?

Il teatro è per eccellenza il luogo del fittizio. Quantomeno della riflessione sul fittizio e sul reale. Ciò che viene performato però, al di là del fittizio e del reale, è la verità. La verità dell'essere, qui concretamente come aletheia poiché si disvela, o meglio, dispone nell'aprirsi mostrantesi della performance. Ciò che è mostrato può essere reale o finto, persino falso o ingannevole per quanto mi riguarda. La verità non riguarda il contenuto mostrato ma il gesto, la performance, che mostra.
     Jacques Derrida ne L'università senza condizione ricuce il dentro-fuori posto da Austin tra constativo e performativo mostrando come questi due termini si compongano e compenetrino. Giungendo a tratteggiare la professione, da cui il professare e il professionismo, come atto sia constativo che performativo di una promessa di verità. Questo è in fondo la performance teatrale, come habitus apparecchiato dall'attorialità che dispone una professione di verità. Una verità dell'essere che non riguarda il "chi sono?" ma "come essere?". La performance perciò, lungi dal trovare la propria identità, è il gesto che in-forma il sé in una deformità spettacolare.