De forma

Cosa significa concretamente essere esteticamente impossibilitato ad un'immedesimazione nel Si? Che cosa implica questa affermazione formulata in Hellboy e che ci ha portato fino a qui?
Sarà chiaro che con il termine Si intendiamo, per farla semplice, la massa. Non sarebbe corretto però confondere i due termini, perciò è importante non leggere massa ogniqualvolta scrivo Si, poiché quest'ultimo è un termine ben specifico con connotati diversi. Ora provo a dargli una nuova tridimensionalità attraverso un taglio ben specifico che, e ci tengo, non lo riassume né lo sintetizza.
Il Si è una massa informe di soggetti che risultano, in essa, uncountable. Questo termine di lingua inglese indica quelle parole che rappresentano un insieme ma che "non possono essere contate", il che implica per esempio l'utilizzo di much al posto di many. Nella forma interrogativa si dirà how many of your friends will come to the party? (quanti tuoi amici verrano alla festa?), perché le persone che verranno si possono contare, e la domanda stessa prevede che si contino gli amici uno ad uno. Much invece si usa per gli uncountable, per esempio: how much did you pay? (quanto hai pagato?), la differenza qui risulta chiara anche nella forma italiana dove a quanti si è sostituito quanto. La differenza non è che non si possono contare i soldi spesi, ma che non si è speso ciascun soldo fino ad ammontare al totale richiesto da scontrino, si è pagato direttamente il totale, ossia UNA cifra, non una somma.
Ora, il Si è una massa di persone uncountable, ossia, non è una somma di persone ma una totalità. E non una totalità specifica ma, al contrario, assolutamente vaga e in continuo mutamento. Heidegger scrive: «Il Chi non è questo o quello, non è se stesso, non è qualcuno e non è la somma di tutti. Il "Chi" è il neutro. Il Si.»¹, e poco oltre: «Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti (anche se non come somma), decreta il modo di essere della quotidianit໲. Il Si perciò è caratterizzato, essenzialmente, da una mancanza di forma, è una 'massa' liquida, ossia informe, che non va considerata come insieme o agglomerato, ma come totalità conchiusa (uncountable).
Il Si, come sottolinea Heidegger, è il modo di essere della quotidianità. Perciò non stiamo più parlando del Si come sostantivo, ma piuttosto come aggettivo. Per questo non può essere indicato banalmente come massa, esso è una massa ma contemporaneamente l'atteggiamento che questa massa assume, ossia, la medietà. La «medietà di ciò che si conviene, di ciò che si accetta e di ciò che si rifiuta, di ciò a cui si concede credito e di ciò a cui lo si nega»³. È l'atteggiamento della quotidianità come normalità. È il modo in cui le cose si fanno. E il modo di fare della quotidianità non è un modo di fare presente, ossia: oggi faccio così; ma, al contrario, è un modo di fare passato: le cose (da sempre) si fanno così. Ed è per questo che Heidegger scrive che «il Si ha già anticipato ogni giudizio e ogni decisione, [e perciò] sottrae ai singoli Esserci [o esseri umani] ogni responsabilità»⁴.
È importante perciò comprendere la differenza tra il Si e il si. La maiuscola, ovviamente, indica il sostantivo, ossia, ci stiamo riferendo al Si come entità, il che implica concepirlo come massa informe. Il si invece indica il gesto, l'attitudine, perciò, in forma d'aggettivo, nonostante la sua natura pronominale riflessiva. La frase: Marta si veste, non implica soltanto che Marta veste sé stessa, ma più specificatamente che Marta, come tutti, come il Si, indossa dei vestiti; ossia, aderisce impersonalmente ad un'abitudine, una quotidianità sociale predeterminata. Le due diverse accezioni ovviamente dipendono dal contesto. In questo contesto ci riferiremo al si nella sua forma aggettivale in un certo senso impropria.
Ora vengo al dunque. Il Si come quotidianità, abitudine, modo predeterminato dell'agire umano, implica, e lo si percepisce già dalle parole usate per descriverlo, la normalità. È normale che la tal cosa si faccia nella tal maniera. Il che presuppone che chi non fa la tal cosa nella tal maniera sia anormale. L'agire quotidiano fa si che si sedimentino, nell'orizzonte culturale delle persone, delle normalità.
La normalità non può esistere se non in funzione dell'anormalità. Il che implica quello che Derrida definirebbe un dentro-fuori: c'è una norma, che non comprende ciascuno, ma che comprende tutti, e chi ne è fuori è anormale. Non vorrei passasse l'idea che queste forme di normalità siano rigide, sono assolutamente fluide in realtà, sono l'in-formarsi, inteso come prendere forma, dell'informità del Si. Tanto che potremmo dire che il Si (l'informe) si in-forma nella quotidianità.
Quando diciamo che il mostro è esteticamente impossibilitato dall'immedesimazione nel Sì, stiamo quindi intendendo che il mostro non rientra nella norma estetica del posto che abita. È perciò posto fuori dalla norma. La norma cos'è? La forma che il Si ha assunto. Il mostro perciò non rispecchia la forma del Si. È quindi deforme.
Il deforme è comunque una forma, perciò con quale autorità porre i due termini in opposizione? Il Deforme non è assimilabile nella Forma solo e soltanto se la Forma equivale ad una norma. Nel momento in cui una forma equivale ad una norma essa si sigilla e diviene Forma. Una Forma però può essere solo in astratto. Pensiamo banalmente al quadrato, al triangolo e al cerchio. Queste tre forme non esistono in natura. Oppure alla linea retta o al punto. Impossibili. Sono forme astratte che creano degli assoluti geometrico-metematici, non delle forme reali. Quando perciò ci spostiamo dal campo dell'algebra a quello del vivere umano, risulterà chiaro che l'operazione della Forma è quella di un'idealizzazione. Si crea un idea, intesa come eidòs, ossia, un'idea come immagine, fissa, sigillata, bidimensionale.
Il Si perciò non si in-forma nella quotidianità. Esso non prende forma. Il Si è l'informe per eccellenza. Ma gli umani, nel loro agire quotidiano, si muovo entro pattern immaginifici (fatti di immagini astratte) predeterminati, che ereditano tramite il loro essere nel mondo. Potremmo perciò dire che il Si, si sedimenta nel mondo e che gli umani semplicemente lo ereditano. Tutto ciò significa almeno due cose molto importanti: primo, che aderire impersonalmente al Si non significa rientrare in una forma ma imitarla, simularla, cercando di avvicinarcisi; di conseguenza, essere nel modo impersonale del Si non significa avere una Forma, ma essere una deformazione dell'ideale di Forma. Secondo, che nell'essere impersonale del Si il soggetto deforme mimando la Forma del Si, sta immedesimandosi in un'entità informe che simula una forma seducente. L'essere umano che innanzitutto è deietto nel Si, nel suo emulare inconsciamente delle Forme assume il carattere dell'informità, ossia, perde forma, passando da deforme ad informe. E l'informe, proprio come il Si, può essere solo ereditando delle forme da altri, le forme depositate del Si. Si pensi ai vuoti di The World's End⁵, liquidi blu racchiusi in manichini simulanti la Forma umana.


Il mostro perciò non è il deforme, questo è l'umano deietto nel Si. Il mostro ha assunto una forma diversa da quella del Si, è perciò di un'altra forma. Ha una forma diversa da quella che la quotidianità ha eletto a modello. Ed è chiaro che la Forma umana ha una radice europea ben specifica. Prima, con una buffissima tautologia, la forma umana è quella divina di cui siamo "immagine e somiglianza", perciò la forma umana che è quella divina è quella umana. E quella umana è quella antropologico-medica dell'uomo vitruviano. Dall'equilibrio simmetrico formale dell'ingegno rinascimentale deriva oggi una più democratica elezione di Forme attraverso le immagini dei nuovi idoli che tempestano Instagram.
Sarà ora forse un po' più chiaro l'interesse che ho, fin da Hellboy, mostrato per l'angoscia. L'angoscia è ciò che fa si che l'umano si rifugi nel Si. Il problema del mostro è l'impossibilità di aderire al Si, il che lo porta a fuggire nella mostrità, ciò significa aderire all'idea di essere un mostro. Da una parte abbiamo l'umano (il deforme) che fugge dietro la Forma, dall'altra invece il mostro (la forma) che fugge dietro la deformità. Il primo per mimesis muta verso l'informe, il secondo si condanna alla depressione della forma. Ora forse ci è concesso fare un passo al di là dell'angoscia e sbilanciarci nel dire che oltre l'angoscia c'è la forma. L'essere-nel-modo del vivente significa avere una forma, accettare la (propria) forma significa assumere consistenza, concretizzarsi, assumere un peso, un'incidenza e una potenza.
¹ Martin Heidegger, Essere e tempo [1927], Nuova edizione italiana a cura di Franco Volpi, Milano, Longanesi, 2005, p. 158.
² Ivi, pp. 158-159.
³ Ivi, p. 159.
⁴ Ibidem, il testo tra parentesi quadre è mio.
⁵ Edgar Wright, The World's End.