Decomposizione
Ho già scritto su questo film in L'arte di uccidere, un articolo massiccio e complesso.
Trama in breve: Jack cerca di spiegare perché dev'essere considerato un artista e non semplicemente un serial killer.

The house that Jack built è un film ricolmo di sfumature, noi lo sfioriamo giusto brevemente per ragionare su alcuni concetti.
La morte... una roba complessa. In Cheeeeese! l'abbiamo accostata alla fotografia traslando il discorso verso l'immortalità. Ora torniamo sulla "classica" morte e proviamo a mostrane la vitalità.
Jack, circa a metà del suo blaterare sull'arte (da cui si possono trarre spunti interessantissimi), apre una parentesi legata alla decomposizione. La sua argomentazione è (in breve) questa: alcuni materiali hanno bisogno di decomporsi e putrificare per mostrare il massimo delle loro qualità. L'esempio lampante sono i vini da dessert e la loro stretta dipendenza dalla sovramaturazione.
Dovete sapere che la maturazione della frutta non è semplicemente una cosa che accade così, naturalmente. È un processo chimico: la produzione di etilene aumenta drasticamente portando la frutta a maturazione fino a degradare la bacca ed infine recidere il picciolo, cosicché la frutta cada a terra dove il seme potrà dare vita ad un nuovo individuo della specie.
Jack sostiene che in merito alla decomposizione la maggior parte della gente direbbe che è semplicemente una reazione della natura che degrada la materia. Mentre lui la vede come il punto necessario per raggiungere la qualità migliore della vita. Virgilio, allibito, ribatte nervoso che Jack riduce la vita alla materia, distruggendo così la vita e la materia.
Puoi dire se la decomposizione è un bene o un male?
La domanda è di sicuro stimolante, forse, una volta appurato che l'appassimento è un fenomeno naturale (nel più pieno senso della parola), andrebbe capito come mai sentiamo il bisogno di allontanare questo fenomeno, e con esso la natura, rilegandolo al "fuori": lontano da noi, dove la "natura selvaggia" non può turbare la nostra sensibilità.
Se lo stesso ormone che porta il frutto a maturazione è lo stesso che lo porta a marcire, in altre parole: se vivere è quel rapporto differenziale tra nascita e morte, quell'articolarsi bizzarro di un individuo che si compone crescendo fino a decomporsi. Se questo pensiero è plausibile, dobbiamo chiederci cosa comporti l'oggettività del nostro allontanare tutto ciò che ha a che fare con il volgere del soggetto verso la decomposizione. Se la vita (di un individuo) è nascità-morte, il nostro ostinato allontanare la morte non è una forma di rifiuto della vita?
Non possiamo di certo ora indagare la storicità di questo fenomeno di rimozione, possiamo però spendere qualche parola in merito ai sintomi odierni della profondità culturale di questo fenomeno.
È chiaro che l'apice di tutto questo discorso sta nella domanda: avete mai visto un animale in putrefazione? Potrei azzardarmi a dire che il massimo di morte che abbiamo visto sono: topi, gatti, serpenti (e simili) spiaccicati in strada. Il fatto che il luogo in cui la morte è maggiormente visibile sia la strada non è casuale. Dobbiamo chiederci: come mai negli altri luoghi la morte non si vede? Prendiamo ad esempio i tre luoghi principali della morte: cimitero, camera mortuaria, ospedale. La mia domanda è: in questi luoghi è possibile vedere la morte? Nel cimitero la morte è seppellita e decorata da tombe, di certo dall'aspetto funebre, ma neanche lontanamente dall'aspetto putrescente. Individuiamo perciò una prima differenza essenziale, la morte si può presentare in due modi (nella nostra società), nella sua naturalezza: la putrefazione, e nella sua umanità: la tomba.
Veniamo ora al secondo luogo, la camera mortuaria. Essa è la preparazione della tomba, l'allestimento di un luogo che sia, non solo adibito, ma anche degno di un ultimo addio. In essa il morto e la tomba vengono presentati nella più alta sontuosità che il decoro permette. Il cadavere è ai limiti dell'imbalsamazione, curato, pettinato, truccato e vestito di tutto punto; la tomba a sua volta è messa in mostra nella sua preziosità e lavorazione, sfoggiando al centro di una stanza asettica, perfettamente pulita, ordinata e predisposta per celare la morte dietro un velo di cipria borghese che ci consente di individuare la camera mortuaria come un luogo tombale non di certo putrescente. In essa il morto viene visto, ma la morte no. Non a caso, quando il morto è "brutto", la tomba rimane chiusa al pubblico che può sempre piangerlo dall'esterno.
Infine l'ospedale, esso è un luogo limite. Vi è possibile vedere la morte? Vi si può veder qualcuno morire, ed è questo un punto da non trascurare, ma la morte di per sé no. Come mai la morte non è ammessa nella società civile - non nell'ospedale, non nella camera mortuaria - se non sottoterra (ossia celata allo sguardo)? Ciò che colpisce non è di per sé l'assenza di vita del morto ma la decomposizione del cadavere! Il momento in cui insetti, funghi e batteri scavano il corpo riportandolo alla terra.
Possiamo a buon diritto concludere che la società umana consente di vedere qualcuno morire, di vedere qualcuno morto ma non la morte come processo di vita. Tutte le pratiche sociali che ruotano attorno alla morte servono a celare nella tomba, che diviene il simbolo dell'invisibile, a malapena dicibile e, di certo, inconcepibile momento di rifertilizzazione della terra.
Ora proviamo a mettere in luce la profondità di questo processo di rimozione nell'epoca contemporanea. Partirei chiedendomi: quali sono le caratteristiche della putrefazione? Primo fra tutti l'odore, che non è altro che il primo campanello del processo di decomposizione del corpo. La decomposizione non è che l'attività dei batteri che si nutrono della sostanza organica. Il problema essenzialmente è questo, i batteri. Proviamo perciò ad approfondire il rapporto che la società umana ha, da una parte, con l'odore, e dall'altra con i batteri.
Partiamo da questi ultimi per comodità espositiva. Prima domanda: nei tre posti elencati (ospedale, camera mortuaria, cimitero) qual è la relazione umana ai batteri? La domanda ovviamente è retorica, l'ospedale deve essere per natura asettico, anche se tendenzialmente non lo è, ed è per questo che la gente teme di doverci andare. La camera mortuaria è perfettamente igienizzata, tutto in essa sembra suggerirlo: la cura delle sue superfici, i toni chiari e la presenza minima di accessori o angoli nascosti. Nel cimitero ovviamente, i batteri ci sono, ma essendo un luogo aperto, un giardino in un certo senso, l'asetticità è simulata attraverso la cura dell'erba, la pulizia degli spazi, l'ordine e, in ultimo, i fiori finti che non appassiscono mai.
La pulizia è la prima regola, tutto ciò che può anche solo lontanamente suggerire sporcizia, perciò batteri, viene istintivamente allontanato. Uno dei primi segnali della presenza dei batteri è l'odore.
Quale è la nostra relazione con gli odori? Ci sono anche qui tre odori che tendono a scuotere un europeo: l'odore di morte, l'odore di vita e l'odore straniero.
Gli odori di morte hanno strettamente a che fare con il disinfettante. Con questo nome non si intende l'odore della morte che è di per sé quasi impossibile da conoscere, piuttosto ci si riferisce a quegli odori sgradevoli che la vita (intesa come il vivente) pone al nostro fiuto: erba bagnata, escrementi, cimice schiacciata, ecc... questi sono odori liminari che tendono a sfociare con gli odori di vita, tra cui riconosciamo: cane bagnato, sudore, sperma, ecc. La differenzia sta nel: riusciamo ad abituarci a questi odori? ad accettarli come il segno di un momento o di un essere vivo? In ogni caso la buona educazione non prevede l'odore, solo il profumo. Perciò un odore va rimosso, neutralizzato, allontanato.
E per quanto riguarda l'odore straniero? È chiara qui l'apostrofe all'odore dello "straniero". Qual'è la nostra reazione all'odore straniero? È evidente come questo rimandi il nostro cervello ad un'associazione inconscia Odore-Batteri, che fa scattare in noi le stesse reazioni viste sopra: rimuovere, neutralizzare, allontanare.
Domanda da un milione di lire: ha, il nostro razzismo costituzionale, a che fare con la nostra incapacità di accettazione della morte come parte della vita?