Frankie & Alice

13.04.2026

Edizione dal tema caldo, questa. "Trans", inteso nel suo significato originario latino "Attraversare, Oltrepassare, Mutare da una condizione ad un'altra". Il film che vi porto parla proprio di un passaggio, non solo tra personalità multiple, ma tra visioni diverse della malattia mentale.

Frankie & Alice parte da lontano, fa il giro largo prima di portarci al centro della vicenda. Inizia negli anni '70 con la storia di una donna, Frankie, che fa la spogliarellista in un locale notturno e non ne è infastidita, non si sente svenduta, anzi, per lei basta immaginarsi fuori dal proprio corpo e vedersi da fuori, quello che fa è per lei un lavoro come un altro. Un piccolo incidente però la porta a conoscere il Dr. Oz, un particolare psichiatra con un occhio attento per tutto ciò che la gente considera superfluo. È infatti molto distratto e spesso sembra stare con la testa tra le nuvole, eppure è l'unico ad accorgersi che qualcosa non quadra con Frankie. Il piccolo incidente di cui parlavo prima non aveva lasciato traccia nella memoria della donna, non ricordava nulla.

I colleghi di Oz volevano liberarsi al più presto della donna, perché considerata personaggio sgradevole (d'altronde era una stripper nera che fumava marijuana, per dio) e qui si crea una separazione netta tra i dottori e Oz: quest'ultimo non giudica, non esprime opinioni bigotte e tratta tutti i pazienti col massimo rispetto, partendo dal chiamarli col proprio nome e non con aggettivi denigratori.

Comunque Frankie viene rilasciata subito e torna a casa, finché non accade un altro incidente che la fa arrestare. Decide di chiamare il Dr. Oz e di farsi ricoverare come paziente psichiatrica, così da evitare la prigione.

Nel loro secondo incontro, nessuno dei due sa cosa ha Frankie, ma Oz un'idea già se l'è fatta. Gli ci vuole un po' per ammetterlo e alla fine confessa di aver trovato la causa dei problemi della donna: disturbo dissociativo dell'identità, una condizione che negli anni settanta era ancora considerata da manicomio.

Una caratteristica dell'avere più personalità è la mancanza di ricordi. Nessuna personalità si ricorda cosa ha vissuto l'altra e questo permette a Frankie di non sapere cosa le stia accadendo veramente. Scopre della sua condizione solo per caso, leggendo gli appunti di Oz: il dottore non le voleva tenere nascosta la situazione, semplicemente voleva capire il più possibile prima di affrontare l'argomento. Frankie dunque si trova davanti alla verità e si rende conto di essere pazza, di avere una condizione debilitante e per lo più sconosciuta (per l'epoca).

Qui però entra in gioco Oz e il tema principale del film. Le parole rincuoranti e speranzose del dottore fanno capire a Frankie - e a noi - che non bisogna stigmatizzare la malattia, ma affrontarla assieme. Frankie non si sente allontanata dal dottore, non viene criticata e capisce che in Oz può trovare davvero un aiuto. Noi spettatori, invece, capiamo che il film non parla del disturbo dissociativo d'identità, bensì parla di come la società ha cambiato modo di vedere i malati e di come tutt'ora dobbiamo impegnarci a migliorare. Bisogna avvicinarsi alle persone in difficoltà per far capire loro che non sono sole, che non vengono allontanate e che non si devono vergognare della loro condizione, anzi, devono rimanere positivi e non lasciarsi andare, che è la cosa più importante.

Per tutta la seconda parte del film Oz e Frankie cercano di ripercorrere la vita della donna per arrivare al trauma che ha scatenato la scissione della personalità. La recitazione della protagonista è eccezionale e l'approccio calmo e pacato al paziente di Oz mettono in risalto le sue capacità da psichiatra, come se fosse una mente moderna incastrata in un periodo storico che ancora doveva evolvere.

Quando poi finalmente capiamo quale è il trauma di Frankie, il film non approfondisce. Ci lascia dare un'occhiata veloce e poi basta, va avanti con altro. Questo perchè non importa la causa della malattia, ma come noi reagiamo ad essa: Frankie può avere mille motivi per essere come è, un trauma vale l'altro, è Oz che ha fatto la differenza nell'affrontare la malattia assieme alla paziente, trattandola come un essere umano. Anche a noi spettatori, per quanto curiosi, viene chiesto di non interessarci alla storia di Frankie, ma al processo di recupero che sta affrontando con Oz.

Alla fine, la donna affronta il suo trauma e sa che il dottore non la lascerà finché tutto non si sarà risolto.

Per quanto non sia un film perfetto e nemmeno una pietra miliare del cinema, mi ha stupito positivamente come ha affrontato la malattia mentale, puntando ad un approccio umano e profondo. Oltre a mostrarci un ritratto fedele della personalità multipla, ha mostrato un modo di affrontarla sia da paziente che non, cioè senza vergogna.

Frankie aveva paura di finire come quei matti rinchiusi nei manicomi o come quelle persone che col tempo finiscono in strada perché nessuno le vuole attorno, mentre Oz, rimanendo tranquillo, ha dato la prova che non per forza deve finire così, c'è un altra via d'uscita.


Un bel film, non pesa e dura poco. Non spicca per una regia particolare e non è un film indimenticabile. Sta nella media, ecco. La performance della protagonista è eccellente, anche se il film si è concentrato troppo sul suo fisico, ben più del necessario (soprattutto nella parte del locale notturno).

Comunque ha le carte in regola per essere un film da recuperare, per via del modo in cui affronta la malattia mentale.


Voto:

6.5/10
 

Punti di forza:
 - Incredibili performance degli attori
 - Tema profondo affrontato da una prospettiva diversa
 - Rappresentazione molto realistica del disturbo dissociativo dell'identità


Punti deboli:
 - Regia e sviluppo narrativo nella media
 - Troppa attenzione data al fisico della protagonista
 - Il personaggio del dottore è poco approfondito


di Andrea Brevi