Free Solo

Free Solo (2018), diretto da Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi, è molto più di un documentario sull'arrampicata estrema: è un'indagine profonda sul rapporto tra corpo, volontà e limite. Seguendo Alex Honnold nella sua impresa di scalare El Capitan senza corde né protezioni, il film mette lo spettatore di fronte a una tensione costante, quasi insostenibile, che nasce dalla consapevolezza che ogni errore coincide con la morte.
La regia costruisce un equilibrio delicato tra spettacolo e introspezione. Le immagini vertiginose della parete rocciosa non sono mai puro virtuosismo visivo: diventano il contesto in cui osservare un corpo che si muove con precisione assoluta, ridotto all'essenziale. Il corpo di Honnold non è eroico nel senso classico; è asciutto, funzionale, disciplinato. Non c'è esibizione muscolare, ma un controllo radicale di ogni gesto, di ogni appoggio, di ogni respiro.
Ed è proprio qui che Free Solo apre una riflessione potente sul corpo umano. Il corpo non è solo mezzo, ma luogo del rischio e della conoscenza. Honnold sembra averlo trasformato in uno strumento perfettamente accordato, capace di rispondere senza esitazioni alla volontà. Eppure, il film ci ricorda continuamente che questo corpo resta fragile, esposto, mortale. La roccia non perdona, e il margine tra controllo totale e annientamento è invisibile.
Interessante è anche il contrasto tra il corpo "in azione" e il corpo "sociale". Nelle relazioni affettive, nella quotidianità, Honnold appare spesso goffo, distante, come se tutta la sua intelligenza emotiva fosse concentrata nei muscoli, nelle dita, nell'equilibrio. Il corpo, sulla parete, diventa il luogo in cui riesce davvero a essere presente, completo, quasi in pace.
Free Solo non celebra semplicemente l'impresa estrema, ma ci costringe a interrogarci su cosa significhi abitare il proprio corpo fino in fondo. È un film che "inquieta" perché mostra una possibilità radicale: quella di vivere il corpo non come limite da proteggere, ma come confine da attraversare, accettando fino all'ultimo le conseguenze. In questo senso, la scalata di Honnold non è solo una conquista fisica, ma un gesto filosofico, che ci obbliga ad affrontare il nostro rapporto con la paura, il controllo e la vulnerabilità.
di Rebecca