Hellboy
You know I love u by the way that I kiss u
Lil peep, Hellboy
Baci di fuoco come in Hellboy
Axos, 50 mila baci

Portato in questo mondo dal mistico russo Rasputin, Hellboy non è che un piccolo animaletto innocente che, crescendo, diventa sempre più rosso, enorme e con un paio di corna ben limate! Può un mostro essere umano?
Per un'edizione sul Mostro non si poteva che partire da Guillermo del Toro. La sua intera filmografia è dedicata ad un'ampia e costante riflessione sui cosiddetti "freaks": gli ultimi, i brutti, gli emarginati. Se visti con un taglio estetico allora sì, i mostri.
Questo essere mostri - al contrario di come si potrebbe pensare - non è da rifuggire, censurare o mal interpretare. Quando dico mostro intendo mostro nella sua più originaria mostrità. Il mostro è in un certo senso colui che si mostra, colui che, dato il suo aspetto, è costantemente mostrato, messo in mostra. Il suo essere fin a tal punto diverso da essere mostrizzato, è la mostrità del mostro. Il mostro è colui che ha come modo di essere quello del mostrarsi, tale per cui anche nel suo nascondersi esso è costantemente mostrato. Il mostro perciò è colui che nel suo essere in mostra viene mostrizzato, ossia repulso, alterizzato, allontanato, reso mostruoso.

Hellboy è un mostro condannato dalla sua condizione a nascondersi nelle celle sotterranee di una sottosezione del FBI dedicata al paranormale, là dove suo padre lo tiene al sicuro. Ma qualcosa del mondo esterno lo costringe alla fuga, mai permanente, sempre fughina e notturna. Si potrebbe pensare che gli appetiti che l'ipercapitalismo degli stati uniti permette di saziare siano una buona leva per sgattaiolare fuori di casa la sera. Ma no! Hellboy non ha occhi che per Liz.


Lei ha il dono (incontrollato) del fuoco, in un'attimo passa da uno sguardo di ghiaccio a sprigionare fiamme ovunque. Questa sua capacità, diremo, intermittente, le ha permesso di non essere di per sé in mostra. All'apparenza è una ragazza come le altre, ma questo non basta perché lei si senta "normale". Cresciuta con Hellboy nei sotterranei si è fatta internare in un istituto per ridurre gli attacchi piretici.
Infondo, come sempre in del Toro, questa storia di mostri si mostra per ciò che è davvero, una storia d'amore. Due freaks che sono troppo simili per non odiarsi (anche solo un pochettino). Attratti e legati fin dalla nascita si trovano a rincorrersi finché uno spasimante di lei costringe Hellboy a fare una scelta.

La sfida che del Toro pone su pellicola è quella di definire MOSTRO. Non che del Toro voglia definire il mostro ma, al contrario, presentandocelo, ponendolo di fronte a noi, costringendoci a guardarlo, mostrandoci non più il solo soggetto, ma la sua vita, le sue abitudini, i dettagli sottili di un rapporto padre-figlio complicato, l'amore impossibile e l'atteggiamento impassibile dell'eroe, ci pone nella condizione di osservare per davvero il mostro e dargli profondità: cessa così di essere un personaggio, un tipo, una maschera. E diviene una persona sfumata, complessa e difficile da sgarbugliare.
In fondo Hellboy ci assomiglia, persino Liz ci assomiglia. C'è chi ha quel piccolo neo che ci rende visibili, e vulnerabili. Oppure chi non ha nulla "fuori posto" ma si sente lo stesso incompreso, escluso e non accettato.

Vi sfido a definire mostro dopo aver guardato Hellboy.
Chi è il mostro? Cosa distingue il mostro? Il suo essere in mostra o la nostra paura congenita di osservare ciò che è fuori-forma: che non rispecchia il canone? Il deforme... la malformazione!
Chi è il mostro? Colui che è in mostra o colui che lo mostrizza? Chi? Basta avere la pelle rossa per essere un mostro?

Il testo che segue presuppone una lettura attenta e calma
La risposta a queste domande che, come è evidente, compete ai singoli lettori, dev'essere fondata in una profonda concezione di questo essere-in-mostra costitutivo del mostro. Se ciò che caratterizza l'essere del mostro è un essere costantemente in mostra, dobbiamo cercare una differenza con l'essere dell'umano che si instauri qui, in merito alla questione dell'essere visto, perciò, dell'essere mostrato.
L'umano stesso, in quanto ente, è nel modo del mostrarsi. Esso è predisposto al mostrarsi, ed è perciò sempre mostrato. Questa predisposizione al mostrarsi che mostra l'ente, nel caso dell'umano e del mostro assume la forma dell'esser-visibile. Questo esser-visibile è la condizione comune tra umano e mostro.
L'essere teatrante dell'essere dell'ente-mostro-umano, ossia il suo predisporsi ad essere visto, nel mostro è portato agli estremi da quello che dovrebbe essere il suo differire dall'umano. È necessario perciò ora comprendere questo essere teatrante dell'umano, per trovare il motivo del differire mostruoso.
L'essere teatrante dell'umano, il suo predisporsi ad essere visto, non è un esser-visto o un esser-guardato. Se consideriamo l'essere dell'umano in una prospettiva heideggeriana (cosa che era già implicita nel linguaggio scelto per questa riflessione), possiamo senza sembrar prolissi dire che il modo di essere quotidiano del Dasein (Esserci/essere dell'umano), il suo essere deietto nel Si, ossia il suo modo di essere impersonale e inautentico, portato all'esasperazione nelle masse fluide che si accalcano dietro un'identità fittizia, di cui una buona immagine ci è fornita dall'individuo con la bombetta magrittiano; è il modo di essere teatrante del Si impersonale, è un non-esser-visti, inteso come nascondimento e confusione involontaria nel Si. Il Dasein è così visibile ma non distinguibile, inindividuabile nel fluire del Si.
Il mostro, al contrario, non è semplicemente teatrante, ossia, non è semplicemente predisposto a mostrarsi e in quanto tale mostrato, ma è colui che a sua volta è costantemente in mostra, ossia, spettacolarizzato (mostrizzato). Questo essere costantemente in mostra è dato dall'impossibilità del mostro di identificarsi nel Si. Il suo differire dal Si, un differire di ordine prettamente estetico, rende il suo essere teatrante estremamente spettacolare. Questo suo modo di essere spettacolare presuppone il suo essere interdetto alla deiezione del Si, tale per cui il mostro è già sempre posto di fronte all'angoscia del suo essere. In questo senso il suo essere spettacolare presuppone la costante violenza dello spettatore che lo costringe a celarsi. Il suo celarsi però è sempre-costantemente-tradito dal suo essere-in-mostra-spettacolarizzato dato dal suo differire dal Si.
Persino quando il mostro è da solo, e solo, egli non può mai celarsi, poiché egli stesso è spettatore del suo spettacolo. Non potendosi in alcun modo nascondere nel Si il mostro sarebbe da sempre condannato a rapportarsi con l'angoscia, condizione che lo porta, nella fuga, a sviluppare delle pratiche del sé che leniscano e offuschino il suo essere-spettacolarmente-in-mostra-nel-mondo. Il problema del mostro come dell'umano resta quello di riuscire a rapportarsi all'angoscia, farlesi incontro ed abitarla (tre fasi temporalmente distinte).
In sintesi, la differenza tra l'umano e il mostro è nell'ordine dello spettacolo: il mostro è colui che, nel suo esser-mostrato, non può mai celarsi allo sguardo ed è, perciò, sempre in mostra.
Alla luce di questo tentativo di eviscerare la natura ontologica del mostro, una qualunque lettura di ciò che è mostro si dovrà concentrare sulla natura della spettacolarità, sentiero che porta inevitabilmente verso una riflessione sulla forma che prende le mosse dai fondamenti che si è qui posto.
Buona riflessione