Il Cottolengo

29.04.2026
Bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita.
ITALO CALVINO, La Giornata di uno scrutatore

Un ritorno fugace sulle orme di Calvino sempre capace di creare la frattura necessaria al momento giusto, nel punto in cui l'esperienza vissuta cessa di lasciarsi organizzare facilmente in racconto e diventa pura voce del disincanto di una nazione intera. Italo Calvino individua la genesi de La Giornata di uno scrutatore nella giornata elettorale del 1953 al Cottolengo, eppure ciò che resta di quell'episodio non è un materiale narrativo immediatamente disponibile, quanto piuttosto un accumulo di immagini che resistono alla forma, che continuano a lavorare in profondità senza trovare subito una lingua adeguata. Il Cottolengo diventa, in questo senso, il luogo in cui anche il discorso si piega su sé stesso, dentro le parentesi continue si insinuano precisazioni e scarti di prospettiva, talvolta veri e propri cambi di voce. Il lungo silenzio che precede la pubblicazione segnala proprio questo, una difficoltà che non riguarda soltanto il tempo della scrittura, ma la possibilità stessa di organizzare un'esperienza dentro un sistema di senso. Quando il libro esce, nel 1963, porta ancora dentro di sé quella resistenza, come se ogni frase dovesse fare i conti con qualcosa che eccede e che continua a sfuggire senza lasciarsi chiudere definitivamente.

Inserita nel progetto incompiuto delle cronache degli anni Cinquanta insieme a La speculazione edilizia e La nuvola di smog, la Giornata rappresenta un punto limite, quello in cui la crisi dell'intellettuale progressista si approfondisce fino a diventare crisi delle categorie stesse attraverso cui il reale veniva interpretato. Qui quell'orizzonte che orientava anche le vite più marginali de Il sentiero dei nidi di ragno si incrina e perde compattezza, fino a dissolversi in una pluralità di esperienze che non trovano più un principio ordinatore. L'ingresso nel Cottolengo assume così il valore di una soglia, un passaggio verso uno spazio in cui la storia, intesa come processo dotato di senso e direzione, sembra arretrare fino quasi a scomparire.

Il seggio elettorale funziona, le operazioni si svolgono con una precisione automatica, emerge una dimensione concreta della politica fatta di gesti coordinati e soprattutto di responsabilità distribuite, perché a una divisione del lavoro tra scrutatori si arrivò spontaneamente, uno cercava i nomi sul registro, un altro li depennava su un elenco, un terzo controllava i documenti d'identità, uno indirizzava i votanti a questa o quella cabina, a seconda di quali erano libere, si formò presto una naturale intesa tra loro, a sbrigare quelle incombenze nella maniera più svelta senza confusione, e anche una certa alleanza nei confronti del presidente, uomo vecchio, lento, timoroso di fare errori, che bisognava gli stessero addosso tutti insieme, a forzarlo mostrandosi decisi ogni volta che stava per perdersi in un bicchier d'acqua. La democrazia vive anche di pratiche minime, di un sapere operativo che non ha bisogno di grandi dichiarazioni per funzionare. Allo stesso tempo si avverte un rischio, perché questo funzionamento può continuare anche quando il senso che lo sostiene si indebolisce, trasformandosi in una procedura vuota che si autoalimenta.

Amerigo, il protagonista del racconto e delle riflessioni continue, è un intellettuale comunista, che si è formato all'interno di una visione del mondo che gli ha insegnato a leggere la storia come processo dotato di senso, a distinguere tra giusto e sbagliato e a credere nella possibilità di un progresso collettivo. Tuttavia, solo al Cottolengo, esercitando il ruolo di scrutatore di seggio, percepisce per la prima volta uno scarto tra il funzionamento delle istituzioni e il senso che dovrebbero incarnare. La democrazia gli appare insieme necessaria e insufficiente, concreta nelle sue pratiche e fragile nel suo fondamento. In lui convivono il senso del dovere e il dubbio sulla sua efficacia e, allo stesso modo, la volontà di agire e la percezione dei limiti dell'azione.

La città dell'homo faber, rischia sempre di scambiare le sue istituzioni per il fuoco segreto senza il quale le città non si fondano né le ruote delle macchine vengono messe in moto, e nel difendere le istituzioni, senza accorgersene, può lasciare spegnere il fuoco.

Il Cottolengo rende questa fragilità ancora più evidente. Di fronte a quella realtà, la distinzione tra cittadini pienamente partecipi e soggetti esclusi si fa incerta, quasi arbitraria, perché già il confine tra gli uomini del Cottolengo e i sani era incerto, cos'abbiamo noi più di loro, arti un po' meglio finiti, un po' più di proporzione nell'aspetto, capacità di coordinare un po' meglio le sensazioni in pensieri, poca cosa rispetto al molto che né noi né loro si riesce a fare e a sapere, poca cosa per la presunzione di costruire noi la nostra storia. Questa consapevolezza introduce in Amerigo un elemento destabilizzante, perché mette in discussione l'idea di soggetto politico come fondamento della democrazia. La cittadinanza appare legata a condizioni fragili, congiunta indissolubilmente ad una linea di separazione che potrebbe essere diversa in ogni momento. La politica, che presuppone individui capaci di scelta e di responsabilità, si trova esposta a una realtà che ne eccede i presupposti. La crisi di Amerigo si sviluppa dentro questa tensione. Il suo pensiero cerca equilibrio, rifiuta gli estremi, dal momento che la norma costante del suo comportamento avrebbe voluto fosse questa, nella politica come in ogni altra cosa, diffidenza tanto dall'entusiasmo, sintomo d'ingenuità, quanto dall'astiosità faziosa, sinonimo d'insicurezza, debolezza. Questa posizione tende alla misura, eppure resta esposta al rischio dell'immobilità. A questo si aggiunge la percezione di una continuità opaca tra forme politiche diverse, come se sotto il cambiamento delle istituzioni persistesse una stessa struttura, e piano piano a invadere il campo era tornata l'ombra grigia dello Stato burocratico, uguale prima durante e dopo il fascismo, la vecchia separazione tra amministratori e amministrati.

La dialettica che un tempo permetteva di organizzare il reale si trasforma in una moltiplicazione di alternative che non trovano sintesi. La partecipazione rischia di ridursi a un atto formale, mentre la gestione del potere continua a essere separata.

Dipinto questo quadro, la posizione finale di Amerigo acquista un valore particolare. Non riesce ad emergere una soluzione complessiva, si delinea piuttosto una forma di etica minima, una pratica che rinuncia alle illusioni e allo stesso tempo rifiuta la rinuncia all'azione, perché bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno, nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo contano quei due principi lì, non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire. Viene aperto uno spazio, per quanto limitato, in cui l'azione resta possibile ma il senso totale inconciliabile.

E forse è proprio qui che il romanzo tocca il suo punto più umano e più difficile da accettare. La democrazia non appare come una conquista definitiva, ma si rivela come qualcosa che vive soltanto finché qualcuno continua a sostenerla e a praticarla anche quando sembra svuotarsi. Resta una fatica quotidiana, una responsabilità che non si può delegare del tutto. In questa consapevolezza c'è una forma di malinconia, perché viene meno l'idea di una direzione sicura. Eppure c'è anche una forma più sobria e tenace di fiducia, legata al fatto che, anche dentro l'incertezza, ogni atto conserva un peso. Alla fine, un po' come si era osservato nell'analisi del famoso explicit de Le città invisibili, ciò che resta non è una risposta, ma una postura. Restare dentro la complessità, accettando che il senso si costruisca a fatica, continuare ad agire anche quando le ragioni vacillano. La democrazia, come la vita, sembra esistere proprio in questo spazio fragile, dove nulla è assicurato e, tuttavia, qualcosa continua a muoversi, quasi ostinatamente, finché qualcuno sceglie di non ritirarsi.

Pronto sempre a comporre gli estremi, Amerigo avrebbe voluto continuare a scontrarsi con la cose, a battersi, eppure intanto a raggiungere dentro di sé la calma al di là di tutto. Non sapeva cosa avrebbe voluto: capiva soltanto quant'era distante, lui come tutti, dal vivere come va vissuto quello che cercava di vivere.