Il grande Maugin

21.01.2026
Tu non hai mai sognato una casa con le persiane verdi?
Georges Simenon, Le persiane verdi

Si muore sempre soli, ma alcuni lo scoprono prima degli altri. Émile Maugin lo intuisce nel momento esatto in cui il medico abbassa lo sguardo e lascia che il silenzio, al posto della diagnosi, faccia il suo lavoro. In quel vuoto sospeso, dove il cuore diventa improvvisamente un oggetto fragile e il tempo una risorsa scarsa, crolla l'illusione che la fama, il denaro, i volti amati e i corpi desiderati nei suoi anni di esistenza possano fare da argine all'ultima paura. È qui che comincia Le persiane verdi di Georges Simenon, con la scoperta che, quando la fine si avvicina, ogni uomo è costretto a fare i conti con la propria irriducibile solitudine.

Émile Maugin, il grande Maugin, è un uomo che ha conosciuto tutto, dalla fame e dall'umiliazione, al denaro e all'adorazione dopo il suo successo cinematografico. Eppure, basta una visita medica, raccontata nelle primissime pagine del romanzo, uno sguardo trattenuto del professor Biguet, perché l'edificio costruito in una vita intera inizi a crollare. In quel buio dello studio medico in una nebbia avvolgente e molle, prende forma una consapevolezza irreversibile. Il cuore non regge più e il tempo si è accorciato. Da quel momento, ogni gesto diventa una difesa, una fuga, ogni ricordo un tentativo di sottrarsi all'idea di morire soli.

Al contrario di ciò che si potrebbe credere, la solitudine che attraversa il romanzo non è mai assenza di persone. Maugin è circondato da segretari, mogli, ammiratori, comparse della sua vita pubblica. Ma si avverte isolamento in tutto, in quell'acredine, quella cattiveria che gli impastava la voce, che nasce da situazioni minime, quasi ridicole, ma che rivelano l'intima percezione di essere sempre fuori posto, sempre esposto. La fama amplifica il vuoto senza proteggere, lo costringe a recitare anche quando vorrebbe solo scomparire.

"Dove la porto signor Maugin?".
Il tassista lo conosceva, tutti lo conoscevano.
"Dove vuole. Lontano da qui! Da nessuna parte!".
E sul momento quelle parole gli parvero sublimi.
"Lontano da qui! Da nessuna parte!".

Il timore di morire da solo trasforma Maugin in un uomo inquieto. Nel taxi che lo allontana dallo studio medico, sogna di andare lontano, da nessuna parte, in un non-luogo dove il peso del corpo e della storia possa finalmente sciogliersi. Ma ogni fuga fallisce. Anche l'alcol, compagno fedele e illusorio rifugio, non è che una tregua momentanea. Ovunque viva, egli percepisce il silenzio, l'immobilità dell'aria, una sorta di calma inesorabile che lo opprime. La solitudine è strutturale come anche nella narrazione, è l'impossibilità di abitare il proprio tempo senza esserne schiacciati. In questo senso, la casa con le persiane verdi, o azzurre, che in fondo è la stessa cosa, diventa il miraggio più potente del romanzo. È il sogno di una pace definitiva, di una vita finalmente ordinata. Ma è anche un'illusione. Yvonne Delobel, la prima moglie, aveva inseguito quella stessa immagine, convinta che coincidesse in tutto e per tutto con il mio ideale di pace, di serena bellezza, salvo poi scoprire che l'inquietudine non conosce muri né tetti.

La struttura del romanzo è volutamente suddivisa da Simenon in due parti distinte. La prima parte si concentra sulla vita di Émile Maugin a Parigi, dai primi anni segnati dalla povertà e dalle difficoltà fino all'apice della carriera teatrale e cinematografica. In questa sezione, la narrazione privilegia il flusso dei ricordi e i monologhi interiori.

La seconda parte coincide con il trasferimento ad Antibes, in Costa Azzurra, e segna un cambiamento sia spaziale sia funzionale nella narrazione. Quando Maugin si ritira a Cap d'Antibes, in un'elegante villa sul mare, sembra tentare l'ultima grande fuga dal teatro, dal cinema, da Parigi, dalla vita stessa che lo ha consumato. Ma anche lì il tempo non rallenta. Maugin prova a convincersi di non star scappando, dichiara in modo esplicito: non ho mai avuto l'intenzione di scappare, ma avverte subito la menzogna di quelle parole. Tutta la sua vita è stata una fuga, dalla povertà quando era giovane, dall'umiliazione, dall'amore delle donne che ha incontrato nel corso degli anni, dalla responsabilità, e ora dalla morte.

Il momento più crudele arriva durante il suo ritorno a Parigi dopo Antibes, un ennesimo tentativo di fuga, nel confronto con il passato che ritorna sotto forma di corpi malati e vite spezzate, come quella dell'incisore Gidoin, suo vecchio amico. In quella stanza povera, Maugin comprende che il passato può dissolversi all'improvviso. Questo episodio è collocato strategicamente poco prima del crollo definitivo del protagonista e funziona come una prolessi esistenziale, un'anticipazione concreta di ciò che attende Maugin stesso. Gidoin diventa così una figura-specchio che riflette ciò che resta di un uomo, un mero involucro, quando il successo e il prestigio vengono meno.

Così crolla il mito dell'artista, per la dignità del successo o per la promessa di una pace futura. C'è solo un uomo che guarda un altro uomo morente e intravede, senza ancora poterne fuggire, la propria fine.

Ed ecco il finale, silenzioso, tutto costruito in capitolo. Maugin in coma in una stanza d'albergo, la resa estrema. Davanti alla morte, egli si sente sotto processo, si immagina in un vero tribunale, giudicato da coloro che ha amato e ferito, appaiono tutti quanti disposti per file. La nonna che pulisce i baccelli di piselli, il maestro delle elementari che lo richiamava all'attenzione, le sue mogli, Gidoin, il suo figlio illegittimo Cadot. Intuisce, con una lucidità tardiva, di aver cercato qualcosa che non esiste. La paura di morire da solo, che lo ha spinto a correre, bere, amare e distruggere, si rivela per ciò che è sempre stata, come il segno di una solitudine che nessun successo avrebbe mai potuto colmare.

È un giudizio muto quello della "giuria" che si limita ad annuire soltanto, implacabile.

Per un attimo aveva dimenticato che qui non era necessario parlare.

La solitudine, che aveva tentato di scacciare con il rumore del mondo, con l'alcol, con il lavoro e con le donne, si rivela allora nella sua forma definitiva. Maugin si trova solo, per la prima volta in vita sua sembra comprendere che nessuno può attraversare al posto suo quell'ultima soglia.

Il grande attore muore così come un uomo qualunque, attraversato da una paura che non ha mai saputo nominare fino in fondo, quella di morire da solo, in un titolo di cronaca sul giornale: Maugin è morto.

Era scappato da tutti, nessuno escluso, e quando gli pareva non ci fosse più nulla da cui scappare, si metteva a bere per scappare ancora.