Il libro sul comodino

18.06.2025
L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti. Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò         

Un libro di mitologia, la cui lettura prevede o una cultura classica di spicco o un intenso lavoro di ricerca; un libro che inizialmente non venne accolto con entusiasmo dai lettori scettici, il libro teneramente appoggiato sul comodino dell'albergo Roma in Piazza Carlo Felice a Torino, quella notte del 26 agosto 1950.

Ventisette dialoghi immaginari tra figure mitologiche, un'opera che si presenta come una riflessione sul senso della vita, della morte, del dolore e del destino umano, condotta attraverso la lente della mitologia greca. Con una scrittura lontana da ogni retorica, che lascia spazio al non detto Pavese sceglie la voce di dèi, eroi e figure mitiche per scandagliare i nodi profondi dell'animo umano. Il fascino dei miti greci nasce dal fatto che posizioni inizialmente magiche, totemiche, matriarcali, iniziatiche vennero reinterpretate, tormentate, contaminate, innestate, secondo ragione, e così ci sono giunte ricche di tutta questa chiarezza e tensione spirituale ma tuttora variegate di antichi simbolici sensi selvaggi (da "Il mestiere di vivere").

Due dialoghi in particolare, I fuochi e L'inconsolabile, emergono con forza all'interno dell'opera per la loro capacità di incarnare due aspetti complementari della condizione umana: la dimensione collettiva e sociale della violenza e della sopraffazione, quella intima e individuale della perdita e dell'abbandono. 

Ne I fuochi, Pavese ambienta il discorso tra due pastori che discutono dei riti agrari e dei fuochi accesi per invocare la pioggia. In apparenza un dialogo su usanze arcaiche, nel suo significato più profondo una riflessione amara e disillusa sulla società e sul potere. La potente immagine del fuoco, tradizionalmente simbolo di purificazione e rinascita viene qui rovesciata: non scalda, ma consuma ed esclude. Il fuoco diventa metafora della violenza esercitata sui più deboli, sugli "inutili", coloro che non servono e che non producono. La nostra canicola sono i padroni: gli dèi non abitano più il mondo, sono stati sostituiti da figure umane che esercitano un potere assoluto, determinando chi deve vivere e chi può essere sacrificato. Il rito, che dovrebbe unire la comunità in un atto di preghiera, si trasforma drammaticamente in uno strumento di dominio mortifero. Una sofferta denuncia dell'ingiustizia strutturale della società, una violenza che non ha bisogno di spiegazioni divine perché si giustifica da sé. Chi non è utile viene eliminato, arso simbolicamente in un falò che non ha più alcuna funzione sacra. Dice uno dei personaggi: Quando non bastano più le bestie, ci vogliono gli uomini. Gli uomini inutili, disvelando il meccanismo arcaico e spietato di una comunità che si salva sacrificando chi non è funzionale alla sua sopravvivenza. Così, il mondo contadino, spesso mitizzato nella letteratura italiana come luogo di autenticità e armonia con la natura, il locus eletto, dove tutto si produce spontaneamente in un'eterna "età dell'oro" si dimostra tragicamente dominato dalla superstizione e dalla repressione. L'umanità che vi abita è smarrita e incapace di ribellarsi a un destino che appare immutabile. Il fuoco, dunque, illumina non la salvezza ma la condanna, e i pastori diventano inconsapevoli portavoce di un sistema che distrugge invece di redimere.

A questa riflessione collettiva fa da contrappunto il dialogo L'inconsolabile, che scava nell'intimo del sentimento amoroso e della sua impossibilità. Pavese rilegge il mito di Orfeo ed Euridice in chiave profondamente personale: non è più il fato, o la disobbedienza involontaria, a causare la perdita dell'amata, ma una scelta consapevole e disperata. Orfeo si volta non per errore ma perché comprende che ciò che ha amato non può più esistere, che Euridice, ritornata dal regno dei morti, non è più la stessa, non è più reale, eri tu che volevi ridarmi la vita. Io non la volevo. Euridice è una figura ormai idealizzata, che appare trasformata in una parte di sé che non può essere restituita al presente. Orfeo, allora, non è l'eroe tragico che tenta di sfidare la morte, ma l'uomo moderno, incapace di accettare la trasformazione del desiderio, schiacciato dalla consapevolezza che nulla può tornare com'era. La rinuncia diventa la vera tragedia, non la perdita dell'amore, ma l'impossibilità stessa di amarlo ancora e di riconoscerlo nel volto dell'altro. Io ti ho perduta quando sei tornata, Orfeo lo ammette e, in questa prospettiva, L'inconsolabile è un testo profondamente autobiografico: Pavese era un inconsolabile al pari di Orfeo, un uomo e poeta disperato che non era riuscito ad esprimersi negli affetti e anche dopo che era arrivato finalmente il successo letterario si era sempre sentito un escluso dal mondo degli altri. Come scrive nel Mestiere di vivere, il suo diario pubblicato postumo, la letteratura per lui rappresentava una fuga e una difesa contro le offese della vita.

La voce di Orfeo è anche quella dello scrittore, dell'uomo che cerca di dare forma all'assenza attraverso la parola, ma che sa, in fondo, che nessuna parola può restituire ciò che è stato perduto. Così come il fuoco ne I fuochi diventa strumento di esclusione sociale, anche la parola ne L'inconsolabile diventa inefficace a colmare il vuoto della perdita: in entrambi i casi, ciò che dovrebbe unire e salvare (il rito, il linguaggio) fallisce il suo compito, rivelando solo l'abisso che separa l'uomo dalla salvezza. I Dialoghi con Leucò sono allora un'opera profondamente tragica, non nel senso del lamento sterile, ma in quello classico e greco del confronto ineluttabile con il destino e con la colpa umana. La forma del dialogo, scelta da Pavese per costruire l'intero libro, non è casuale. È un confronto fra voci che non giungono mai a una sintesi, fra visioni che si sfiorano ma non si fondono. È proprio in questo scarto che si crea il senso: non come certezza, ma come interrogazione aperta, come lamento silenzioso dell'uomo moderno che cerca un senso in un mondo che non lo offre più.

Nonostante il successo, Pavese rimase sempre una persona semplice e modesta, che portava dentro di sé una sensibilità profonda, simile a quella di Vincent Van Gogh. Una sensibilità che, in un mondo crudele e indifferente, gli rese insopportabile continuare a vivere. Morì solo in una stanza che non era la sua, dopo aver ingerito dieci confezioni di sonniferi. Accanto a lui, sul comodino, c'erano i Dialoghi con Leucò, in cui aveva scritto una frase presa da Majakovskij, anch'egli suicida: Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.