In bilico sul filo del tempo

05.11.2025

C'è un momento, ogni tanto, in cui il tempo smette di scorrere in linea retta. Non va avanti, non torna indietro ma semplicemente, si ferma.

Accade nelle ore grigie tra la notte e il giorno, o nelle estati che non vogliono finire. Accade quando ci si guarda allo specchio e non si riconosce più l'immagine riflessa, ma nemmeno la si trova estranea.

Viviamo in un mondo che ci insegna a misurare il tempo come un capitale, da gestire, da ottimizzare, da riempire. Ci viene detto che il tempo "passa", come se ci scorresse accanto, distante. Ma forse il tempo non passa affatto: forse siamo noi a passare dentro di lui, attraversandone le soglie invisibili.

È il territorio della liminarità: quello spazio di soglia in cui nulla è ancora definito, ma tutto è possibile. Gli antropologi l'hanno descritta come la fase intermedia dei riti di passaggio, quando l'iniziato ha lasciato alle spalle la sua identità precedente, ma non ha ancora assunto quella nuova. È un momento di sospensione, di disorientamento, ma anche di potenza creativa. Forse, senza accorgercene, viviamo gran parte della nostra vita in questa condizione liminale: in bilico tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Passiamo continuamente da una forma all'altra, da una versione di noi stessi a un'altra, lasciando dietro frammenti di identità come conchiglie su una spiaggia che il mare del tempo continua a scalfire.

Il filosofo Henri Bergson scriveva che il tempo reale non è una sequenza di istanti, ma un flusso ininterrotto di durata, una "continuità indivisibile" in cui passato e presente si compenetrano. Non viviamo in una serie di fotogrammi, ma in un'unica pellicola che si svolge dentro di noi. E in questa continuità, ogni ricordo e ogni desiderio lasciano una traccia nel momento presente, rendendolo sempre un po' più vasto di ciò che crediamo. Così, il tempo non è solo ciò che ci separa dal passato o dal futuro, ma ciò che ci unisce a entrambi. Ogni istante porta con sé l'eco di ciò che è stato e l'ombra di ciò che verrà.

Ci illudiamo di vivere "nel presente", ma il presente forse non esiste: è una frontiera mobile, un punto di passaggio tra la memoria e l'attesa. Ci innamoriamo nei confini, cambiamo nei confini, cresciamo nei confini. E ogni volta che ci sembra di "arrivare", qualcosa si sposta, si trasforma, ci chiama altrove. C'è un ritmo in questo passaggio, se lo osserviamo con attenzione, che assomiglia a quello delle onde del mare che avanzano e poi si ritraggono, lasciando sulla sabbia il segno di un passaggio che già è memoria.

Forse l'unico modo per abitare davvero il tempo è accettare la sua natura liminale, imparare a stare nel "tra", nel movimento, nella trasformazione. Perché è lì, nel confine sfocato tra ieri e domani, che la vita accade davvero.