In-génio
Il dottor Frankenstein sfiora la follia per rivoluzionare la medicina e la scienza riportando in vita la materia morta, ma la vita non è una scienza esatta.

Guillermo del Toro è il grande pensatore del mostro. La sua filmografia ci mostra un addentrarsi nella tematica che si colora ogni volta di sfumature estremamente arricchenti. Frankenstein è un punto di maturità riflessiva molto importante. Del Toro ci porta a vedere l'invenzione del mostro, la sua genesi in quanto organismo, la sua costruzione in quanto corpo e il farsi-senso (dall'inglese make sense) della parola. MOSTRO
Victor Framkenstein è figlio acquisito di un prestigioso medico, e in quanto tale è fin da piccolo ammaestrato nell'arte della conoscenza anatomoscientifica, filtrata da un taglio brutalmente ottocentesco che si fonda sulla nozione, sulla formula e sul sapere esperienziale appreso tramite il vedere. Questo malsano modo di vedere il mondo si condensa in un breve scambio padre-figlio interrotto da una frustata sul volto. Alla domanda circa il perché il cuore di una donna sia più leggero di quello di un uomo segue questa semplice ma efficace lezione paterna:
There is not spiritual content in tissues and no emotion in the muscles
Il che marca chiaramente la freddezza di uno sguardo medico che comprende attraverso il vedere. Un vedere che implica una distanza. La cosiddetta "distanza medica". La distanza che conferisce al sapere il suo carattere di rispettabilità e perciò di verità.
Gli insegnamenti paterni, scanditi da punizioni che puntigliosamente evidenziano la necessità di sapere, di un sapere medicoscientifico che si fonda sulla distanza, formano un dottor Frankenstein che vuole andare oltre il sapere accademico, oltre il pensiero sulla vita e lavorare sulla morte. Perciò comincia a lavorare al mostro.
La sua volontà di portare alla vita la materia morta si fonda però non su una volontà di distacco dall'accademia nei metodi, nella prassi e quindi nei gesti, ma solo nel contenuto. Tutto ciò è chiaro nell'affermazione spavalda che porta Victor a contatto con Elizabeth, la fidanzata del fratello William:
If life can be regenerated, not as a mere simulation but as a divine act by physical, chemicals means, why whisper it?
È chiara la matrice ottocentesca dell'accostamento e anzi, della sostituzione tra Dio e i presupposti fisici e chimici, della sostituzione perciò della scienza, del sapere, dell'intelletto con Dio e con la fede. L'intelletto, con una parola buffamente rinascimentale, l'ingegno è ciò che eleva l'umano, è ciò che lo rende divino. Bisogna qui sottolineare l'accostamento dell'intelletto, come ciò che eleva l'uomo, con il fuoco di Prometeo richiamato nel sottotitolo del racconto di Mary Shelly "il moderno prometeo", che viene sottilmente ripreso anche nel film in uno scambio tra Victor e il signor Harlander, zio di Elizabeth.
Questa centralità dell'intelletto è la spina dorsale del film, per esempio il signor Harlander, finanziatore del lavoro del dottor Frankenstein, al fine vuol solo trapiantare il proprio cervello in un altro corpo, un corpo nuovo. L'idea su cui ciò si fonda è quella che sia il cervello, come luogo delle idee, ciò che caratterizza l'umano, ciò che ci rende divini e perciò l'unica cosa che valga la pena difendere.
Questa idea è ciò che si interpone come ostacolo invalicabile tra Victor e la creatura. Essa è la loro incomprensione, che si racchiude tutta in una piccola parola: "Victor". La creatura è da poco venuta alla vita, il suo creatore è affascinato, la osserva incredulo con occhi colmi di gioia. Si punta il petto con le dita dicendo: "Victor". E la creature risponde: "Victor". Segue uno straziante misunderstanding, quando il dottore si inclina con l'orecchio verso il petto della creatura per sentirne il battito, e lei dolcemente lo abbraccia. Il contatto. Il calore. L'amore.
Questa incomprensione scavata tra loro dall'idea è resa magistralmente da un dialogo tra Victor ed Elizabeth:
"You should not go near it"
"It?"
"It, yes. I believe there is life in it, but not the spark of intelligence that I had intended"
"Perhaps not as you understand it"
"Something went wrong. A blockage, a suture, a connection"
Elizabeth, da poco uscita dal convento (da intendere non meramente come luogo di castità e preghiera ma sopratutto come luogo d'apprendimento e di crescita) è portatrice di un sapere che non passa per lo sguardo distante dello scienziato, ma per contatto, il con-tatto che è vettore d'energia tra due corpi. Possiede quel tatto che è in grado di sentire quel tipo d'intelligenza che Victor non comprende. Per il dottore la creatura è incompleta. Un esperimento andato male: "something went wrong". Perché sì c'è vita in lui ma non quella scintilla di intelligenza che voleva. E su cosa si fonda una così tagliente affermazione? Victor è profondamente deluso perché, nonostante le punizioni corporee, le stesse con cui suo padre gli ha insegnato la medicina, la creature non fa altro che ripetere una parola sola: "Victor".
L'incomprensione tra padre e figlio, tra creatore e creatura è marcata dalla semiosi di questa parola.
Victor!
Per il padre non è che un nome, il proprio. Che negli ultimi istanti del film perde ogni significato e diviene una parola per un nulla: "My father give me that name and it meant nothing". Ma per la creatura è un tutto. Ella la apprende quando per la prima volta incontra qualcuno. Il sole caldo entra dalla finestra e irradia il suo corpo. "Il sole è vita" le dice suo padre. Poi un contatto, un sentimento e una parola: "Victor". Una parola che ingabbia così la potenza del sole, la potenza di una sensazione altrimenti sconosciuta. Un'armonia di sentimenti e sensazioni che si accordano e che si racchiudono nella chiave che dà il La all'orchestra: "Victor". Una parola che diviene presto sinonimo di dolore, tristezza, solitudine e così via. Una parola deturpata e annichilita. Una parola che vien presto sostituita da un'altra, una che riacquista un significato nuovo ma antico: "Elizabeth". Ella riesce ad insegnare qualcosa a quel qualcuno che è la creatura. Ed in cambio una foglia, dono d'amore. Dell'amore che hanno condiviso in un tocco.
La creatura si separa così da Victor sapendo solo due cose: Victor, la fredda distanza di un padre che lo rigetta; e Elizabeth, il calore del contatto. E di fatto, dispersa dopo l'incendio della torre, ribadirà:
My wound was healed but I feel cold, so cold
Ella, creatura immortale, sente freddo, troppo freddo.
Trova un po' d'Elizabeth nell'anziano signore cieco che gli insegna le parole, piccoli mondi. È curioso a questo proposito il termine che usa per parlare del loro rapporto:
The old man moved me
Letteralmente: l'anziano signore mi ha mosso. Ma la traduzione corretta è: l'anziano signore mi ha commosso. Commuovere, co-muovere: muovere assieme, creare un movimento condiviso, un moto sincronico, un momento estatico (ex-stasi) fuori dalla fredda e mortifera distanza tra due corpi fermi. Il vecchio mi ha commosso significa che ci siamo mossi assieme, abbiamo creato un moto, come entità unica. Il movimento è energia, la stessa del sole, la stessa del con-tatto (tatto condiviso, altro momento estatico), Elizabeth!
Morto l'anziano signore, la creatura va in cerca di suo padre per chiedergli, nel doppiaggio italiano, una compagna, nell'originale: a companion, perciò neutro, che io tradurrei con compagnia. Vuole compagnia, vuole qualcuno con cui muoversi, con cui toccarsi, qualcuno con cui produrre energia.


La genesi del mostro, in quanto persona, corpo e parola è quella cinica e fredda della quantificazione della perfezione corporea. L'uomo vitruviano che si sostituisce a Dio, come abbiamo visto nello scorso articolo. Se, perciò, ad essere mostruoso non è più lo stato ontologico di un essere in mostra ma il frutto di un processo formativo freddo e distante, che trascura la vera essenza della vita, l'energia che anima i corpi. Allora il prossimo passo in questa ricerca andrà fatto al di là di ciò che è ontologicamente in mostra, perciò oltre il mostro, verso nuovi esseri, o meglio, atteggiamenti mostruosi.