Race

05.01.2026

Berlino, 1936. Si svolgono le famose Olimpiadi di Hitler, passate alla storia grazie alle vittorie dell'incredibile atleta afroamericano Jesse Owens. In un contesto estremamente teso, la corsa di un solo uomo ha scosso le ideologie naziste e il razzismo americano. 


Jesse Owens era un ragazzo come tanti che, correndo, ha attirato l'attenzione prima di un coach, poi della stampa e infine delle Olimpiadi. Negli anni '30 per un afroamericano la vita non era semplice a causa del diffuso razzismo, ma Owens è riuscito comunque a studiare e allenarsi, oltre che lavorare e metter su famiglia. Fin qui nulla di speciale. 

Ma nel 1936 Owens ha dimostrato di non essere una persona qualunque... e nemmeno la sua corsa era una semplice attività sportiva. Correndo, non solo avrebbe rappresentato tutta la comunità afroamericana, ma sarebbe andato contro gli ideali del nazismo, sfoggiati nelle Olimpiadi.

Inizialmente correre era per lui uno svago, semplicemente qualcosa che gli piaceva. Non gli interessavano le competizioni, ma solo scattare e sentire il vento in faccia. Poi, appena il coach Larry Snyder notò la sua velocità, iniziò a pensare seriamente alle Olimpiadi, sopratutto per il guadagno che ne sarebbe derivato.

Tutto andava bene, non c'erano intoppi e Owens sembrava poter vincere tutto; era un talento naturale.
Quando entrò in gioco la politica, le cose si complicarono parecchio: se prima correva per sentirsi libero e leggero, ora doveva portarsi sulle spalle un’intera lotta al razzismo e al nazismo.
Ovviamente gareggiare con un peso addosso non dà risultati... dare un senso ad una passione è ciò che uccide la passione stessa.

Nel film ci sono due fazioni che vogliono usare Jesse Owens come simbolo: chi vuole che partecipi alle Olimpiadi per dimostrare a Hitler quanto le sue ideologie sono solo spazzatura, e chi vuole che non partecipi per boicottare i gareggiamenti organizzati da un regime malvagio e disumano. Nessuna delle due parti ha torto o ragione, anzi, hanno entrambe ottime motivazioni, ma in tutto questo è il povero Jesse a non sapere più che fare.
Lui ha sempre corso perché è quello che gli riesce meglio, gli piace ed è molto più bravo degli altri. Non ha mai pensato di diventare un simbolo ne tanto meno di partecipare ad una lotta ideologica. Certo che è cosciente del razzismo che subisce da una vita intera. Certo che è cosciente della follia del nazismo. È davvero la sua corsa a poter cambiare le cose? A far sì che la gente smetta di odiare?
La risposta è sì, almeno inizialmente per lui. Infatti non voleva andare alle Olimpiadi, fedele al boicottaggio, voleva rimanere a casa e perdere l'occasione di una vita, cosciente del rimpianto che avrebbe provato in futuro. E quello che provava? Quello che sentiva nel cuore? È giusto metterlo da parte per delle ideologie non tue?

A darci la giusta chiave di lettura per sbrigliare questa situazione è il personaggio più silenzioso di tutto il film, il padre del protagonista. È sempre serio, in un silenzio intimidatorio, ma l'unica frase che pronuncia vale tutto il film: "Jesse, fa quello che preferisci, mi hai capito? Comunque non fa nessuna differenza."
Per quanto sia pessimista, ha ragione. Se Jesse partecipasse e perdesse, avrebbero "vinto" i nazisti, ma se non partisse per Berlino perderebbe l'occasione di una vita. In ogni caso il ragazzo perderebbe, per questo non fa alcuna differenza. Tanto vale che faccia ciò che gli piace e vinca, per sé stesso. Le ideologie, il simbolismo, i valori, le lotte sociali sono solo degli altri, costrutti che non lo rappresentano e che non sono veri. Ciò che c'è di vero è solo quello che prova nei dieci secondi in cui diventa tutt'uno con la pista.
Il fatto che le vittorie di Owens avrebbero rappresentato una lotta al razzismo e al nazismo è stato solo una conseguenza, un premio alla fine, non una motivazione per correre. Liberarsi da questo peso lo ha aiutato a segnare ben tre record atletici nelle stesse Olimpiadi.

Bisogna migliorare non per compiacere gli altri, ma per stare meglio con noi stessi. Finché ci sentiamo obbligati da qualcosa o qualcuno, non riusciremo a vivere bene ciò che facciamo, anche se si tratta delle nostre passioni.

Ovvio che il film non parla solo di questo, cerca infatti di essere una biografia completa del personaggio con tanto di storia d'amore, ma ciò che rimane a noi spettatori è questo messaggio. Jesse, come tutti noi, si è ritrovato di fronte a delle richieste, ne buone ne cattive, ma è ciò che ne ha fatto di questo peso a darci una lezione, ad insegnarci che bisogna sempre ascoltare il proprio cuore. Attenzione però, questo non significa che non dobbiamo ascoltare gli altri, dobbiamo essere coscienti che esistono anche altre persone e che dobbiamo spesso arrivare a dei compromessi, solo non dimentichiamoci mai di quello che siamo veramente, di ciò che proviamo.


di Andrea Brevi