La camera era azzurra

19.11.2025
La camera era azzurra, di un azzurro - aveva notato un giorno - simile a quello della liscivia. Georges Simenon, La camera azzurra

La Camera azzurra è un romanzo che lascia senza fiato, e questo accade non tanto perché insegua colpi di scena come molti dei romanzi più conosciuti del famoso scrittore belga del XX secolo, ma perché sembra respirare insieme al lettore e in questo modo sembra costringerlo a entrare nella mente dei personaggi, a vivere con loro il disordine, ad assaporare l'iniziale inebriamento che li porta inevitabilmente il crollo. Noi lettori cadiamo nella trappola, Simenon ci guida lentamente, attraendoci nella tela del testo con taglienti dialoghi, che svelano con una lentezza che ha il sapore dell'accanimento, la natura profonda di Tony e Andrée. I flashback si intrecciano al presente degli interrogatori e alle riflessioni del protagonista, come se la memoria fosse un mare agitato, ogni onda riporta in superficie un frammento, spesso anche un indizio e, ancora una volta, la domanda che sottende la trama e l'analisi di questi ultimi articoli: ci fidiamo davvero di ciò che ci viene raccontato? E noi, i lettori, rimaniamo lì, a cercare, a sforzarci in qualche caso, di ricomporre qualcosa, ci basta anche solo una minima parte, di quel mosaico che Simenon lascia intravedere solo per lampi.

La prosa è asciutta ed essenziale. Non una parola di troppo, eppure tutto vibra, in una parvenza ingannevole che la soluzione sia sotto i nostri occhi, essenziale come il suo stile narrativo. George Simenon non descrive, scolpisce minuziosamente i nostri pensieri di docili lettori: la luce, gli odori, i rumori delle strade, la polvere dei negozi, una camera di albergo di un azzurro, aveva notato un giorno, simile a quello della liscivia. Un azzurro che lo riportava all'infanzia, ai sacchetti di tela grezza pieni di polvere colorata che sua madre diluiva nella tinozza del bucato prima di risciacquare la biancheria e stenderla sull'erba scintillante del prato. Quello di Simenon è uno stile che non concede respiro ma al tempo stesso è capace di penetrare i personaggi con una semplicità che brucia, in un'indagine, questa volta, nella psiche, negli abissi dove amore e ossessione si confondono fino a diventare indistinguibili.

E così accade che i due amanti, così facili da condannare all'inizio, diventino lentamente figure tragiche, di quelle che prendono vita nelle eterne tragedie della Grecia del V secolo. Tony, con il suo stare sempre un passo indietro rispetto alla vita, finisce per suscitare pietà. Non è un eroe tragico al pari di Oreste, e non è nemmeno un colpevole disumano, è un uomo debole e, proprio per questo, dolorosamente reale. Andrée, la mano che muove eventi terribili, appare a sua volta vittima del proprio amore totalizzante, che finisce per divorare tutto e paradossalmente anche sé stesso. Simenon ci obbliga, come un predatore fa subdolamente con la sua preda, nostro malgrado, a rimanere intrappolati nel loro destino.

La loro storia prende forma in una stanza che non è solo un luogo: è un mondo. La camera azzurra, con la luce di un pomeriggio immobile, l'odore di corpi che si cercano con una foga animalesca, un altro mondo, una bolla sospesa nel tempo. Lì tutto è vero e irreale allo stesso tempo. Lì Tony e Andrée possono credere, anche solo per un'ora, che la vita sia riducibile al proprio desiderio. Fuori, invece, ogni parola detta dentro quella stanza risuona assurda, stonata. Lì, tra le pareti azzurre, sei così bello che mi piacerebbe fare l'amore con te davanti a tutti significa qualcosa. A casa, è solo un'eco ridicola. E in questo inebriante e voluttuoso oblio, tutto quanto si frantuma. Ognuno ha la sua: Tony con la sua famiglia, si interfaccia con la comunità del paese dai pregiudizi ostinati e il moralismo provinciale. La borghesia caduta di Andrée, il borgo che non vuole essere chiamato paese. Tutto respira, è vivo e osserva, tutto giudica. Il microcosmo sociale che Simenon costruisce è così vivido che sembra quasi di sentirne il fiato sul collo, la cattiveria silenziosa che si annida nei cortili.

E l'amore? Anche quello è messo a nudo, smontato pezzo per pezzo come un ingranaggio. Andrée ama con furia, con un desiderio che non conosce mezze misure, vuole possedere animalescamente. Tony invece è attraversato da un sentimento più incerto, che lo sfugge e lo smarrisce. 

Il romanzo si regge su un perfetto intreccio di tempi, ricordato e vissuto, realtà e autoinganno: sembra quasi che Simenon voglia trascinare con sé il lettore nell'esatto punto in cui tutto vacilla. La camera azzurra diventa così un'icona della mente: luogo isolato, dove la verità non è mai quella che sembra, dove ciò che è accaduto davvero non coincide con ciò che Tony racconta, agli altri e a sé stesso. In un certo modo nella dimensione di Camus, nella sua idea di un uomo che si lascia vivere fino a precipitare nell'irreparabile. La camera azzurra trasforma una storia di adulterio in una vicenda universale, una domanda che non smette di risuonare anche dopo l'ultima pagina.

A che serviva tentare ancora di spiegarsi? Alla gente piace pensare che tutti agiscano sempre per una ragione precisa.