La mia vita da Zucchina

La mia vita da Zucchina, film d'animazione del 2016 diretto da Claude Barras e tratto dal libro 'Autobiografia di una zucchina' di Gilles Paris, è una delle storie più delicate e potenti sull'esplorazione del dolore.
Questo film in stop-motion riesce a raccontare la sofferenza attraverso lo sguardo dei bambini, senza mai renderla artificiale o eccessiva, ma lasciandola respirare nella sua forma più vera.
Appena ho terminato di guardare questa pellicola ho subito pensato ad una frase di una canzone che dice: ''l'amore salva dalla ferita del mondo''. Ed è esattamente ciò che il film prova a mostrare dall'inizio alla fine.
La lentezza di molte scene risulta fondamentale: non è vuota, ma piena di emozione.
Ogni silenzio, ogni sguardo, ogni pausa lascia trasparire la vividezza del dolore, ma anche la tenerezza che spesso lo accompagna. Mostrando che persino i dolori più grandi possono convivere con una forma di dolcezza inconsapevole.
Zucchina è un bambino che perde la madre a causa dell'alcol, ma il dolore non nasce solo dalla sua morte: nasce anche dal rapporto difficile che aveva con lei.
Sua madre lo trattava male, era assente, aggressiva, persa nel suo stesso dolore. E forse è proprio questo a rendere ancora più toccante il percorso del protagonista: quando cresci senza essere amato davvero, l'amore finisce quasi per sembrarti qualcosa di strano, difficile da riconoscere, persino da accettare. Essere circondati da affetto, fiducia e tenerezza diventa quasi destabilizzante, perché non si è abituati a riceverli.
Eppure, nonostante tutto, Zucchina continua ad amare i suoi genitori. Conserva gelosamente un aquilone, simbolo di suo padre, e successivamente una lattina di birra, simbolo di sua madre. Sono oggetti semplici, quasi insignificanti agli occhi degli altri, ma che per lui custodiscono il legame con le persone che gli hanno dato la vita.
Dopo la morte della madre Zucchina viene portato in orfanotrofio, luogo che inizialmente appare freddo e sconosciuto, quasi come un'ulteriore conferma della sua solitudine.
È lì che incontra Simon, uno dei bambini della struttura. Simon è apparentemente duro, provocatorio, aggressivo, ma dietro quel comportamento si nasconde lo stesso bisogno disperato d'amore che accomuna tutti i bambini del film. Sarà proprio lui a pronunciare una delle frasi più forti dell'intera storia: "Siamo qua perché non siamo amati". Una frase che suona come una sentenza, devastante. Racchiude tutta la paura, il senso di abbandono e la convinzione di non meritare amore che questi bambini si portano dentro.
Eppure il film non si ferma mai alla disperazione. Al contrario, insegna che, anche dopo aver perso l'amore più grande, o forse senza averlo mai conosciuto davvero, la vita trova sempre un modo per farti sentire amato.
Una delle sensazioni più potenti raccontate dal film è proprio l'imparare ad essere degni di amore, nonostante il dolore. È bellissimo vedere come l'amore riesce ad andare oltre la sofferenza, quasi a superarla ma senza cancellarla davvero.
Guardare tutto questo attraverso gli occhi dei bambini lascia senza fiato.
Questa storia riesce a farci ricordare qualcosa in cui ormai, spesso, fatichiamo a credere: esiste ancora un amore capace di salvare. Dopo il dolore esiste un "oltre", che l'amore, ogni sua sfumatura, trova sempre il modo di arrivare fino a noi, anche quando all'inizio non ce ne accorgiamo.
Forse è proprio vero: finché si vive, non si può davvero finire.