Mors tua, vita mea

04.03.2026

Mi ha sempre affascinato pensare alla guerra e a ciò che rappresenta. 

Fin da bambina sento parlare di conflitti, di violenza e di armi associate a concetti come pace, accordi o benessere dei popoli. Mi è sempre sembrato un controsenso: com'è possibile che gli esseri umani ambiscano alla pace facendo la guerra?

Facendo un salto in avanti di qualche anno, mi ritrovo all'università e il concetto di guerra continua a non avere senso. Certo, ora comprendo che le questioni politiche ed economiche non guardano in faccia a nessuno; che gli interessi di uno Stato vengono prima di ogni cosa e che, in questo grande gioco tra potenti, noi comuni cittadini siamo solo pedine mosse da chi è come noi, ma governa un Paese.

È curioso vedere quanto poco serva per dimenticare i propri principi non appena subentrano soldi e potere. Avete mai fatto caso al fatto che, ovunque si parli di "difesa preventiva", di "esportare la pace" o di intermediare nei conflitti, si trovino casualmente petrolio, risorse o territori strategici?

Mentre scrivo mi viene in mente Ghali, che in una sua canzone dice: "C'è pace solo quando tutti hanno le armi contro". È triste, ma vero: l'unico modo che abbiamo trovato per restare in pace è temerci gli uni con gli altri. Un mondo tenuto insieme dalla tensione e dalla consapevolezza che tutti possiedono la capacità di spazzare via popolazioni intere, ma non lo fanno.

C'è poi tutta la questione dell'etica e della deontologia, ma più passa il tempo e più credo che si tratti di un problema lasciato ormai solo alle Scienze. Mi fa quasi sorridere il fatto che io debba preoccuparmi della mia legittimità nel fare ricerche su certi temi, o che faccia attenzione a preservare le fonti, mentre ai vertici del mondo i leader non si fanno scrupoli a bombardare scuole e ospedali.

Lo storico inglese Mark Levene, dell'Università di Southampton, lavora proprio sulle questioni relative ai genocidi ed è autore di un articolo molto interessante, intitolato Le visage mouvant du meurtre de masse: massacre, génocide et « post-génocide » (Il volto mutante dell'omicidio di massa: massacro, genocidio e post-genocidio). L'autore spiega che le violenze estreme non sono "semplici esplosioni di follia spontanea". La violenza è latente negli esseri umani, ma la sua espressione su larga scala dipende da precise condizioni socio-politiche.

Levene fa una distinzione tra il termine "genocidio" e il termine "massacro". Il genocidio avrebbe infatti un'affinità particolare con la costruzione degli Stati-nazione moderni. Contrariamente ai massacri pre-moderni, che avevano uno scopo punitivo, il genocidio ha come obiettivo l'eliminazione totale, fisica ma anche culturale, di una popolazione giudicata come una minaccia al progetto politico di trasformazione di uno Stato. Non si tratta quindi di puro odio etnico, ma di una strategia precisa di cui il genocidio è lo strumento per la restaurazione economica e sociale.

Queste violenze si caratterizzano per la loro diversità in termini di azioni coordinate, sul piano fisico ma anche psicologico, a breve e lungo termine (un esempio è la distruzione della memoria collettiva).          La violenza in epoca moderna non è più unidimensionale: si tratta di un "tutti contro tutti" nel quale vittime e carnefici si mescolano e si scambiano i ruoli. E a farne le spese, come sempre, sono gli esseri umani.

Nel mondo attuale, paradossalmente, preservare la propria vita sembra voler dire cercare la morte di qualcun altro: qualcuno lontano, diverso e quindi sacrificabile.