L'uomo Bicentenario

Cosa significa avere un corpo "perfetto"? Basta un corpo efficiente, resistente, potenziato, per essere considerati vivi?
L'uomo bicentenario (1999, regia di Chris Columbus), tratto dal racconto di Isaac Asimov, è un film che sembra parlare di robot e futuro, ma in realtà riflette su tematiche molto profonde e di totale attualità.
Il protagonista, Andrew (Robin Williams), nasce come prodotto tecnologico: un robot domestico progettato per svolgere compiti con precisione e affidabilità.
È, in partenza, l'emblema del corpo performante: non si stanca, non invecchia, non prova dolore, non si ammala. Un corpo "ideale" secondo la logica dell'efficienza.
Un corpo che potrebbe durare per sempre.
E il film ci fa sentire, quasi fisicamente, quanto questa eternità sia fredda.
Per Andrew il suo corpo diviene il contrario di un corpo ideale, poiché il suo volere non risiede nel diventare più potente ma nel voler diventare più umano.
Per fare ciò intraprende un percorso che assomiglia a una lunga disciplina fisica, quasi un allenamento esistenziale. Il suo corpo viene modificato, aggiornato, reso sempre più simile a quello umano: pelle sintetica, organi artificiali, movimenti più naturali, espressività.
Non è solo un "upgrade": è una metamorfosi.
Ed è qui che il tema del corpo performante si ribalta: non è più il corpo macchina a essere superiore, ma il corpo umano a essere desiderabile proprio perché imperfetto.
Andrew non sogna di essere più potente, non vuole potenziarsi.
Vuole il contrario: vuole diventare fragile. Vuole un corpo che abbia una scadenza, un corpo che possa tremare, un corpo che possa fallire.
Perché solo un corpo vulnerabile può essere davvero "suo".
Solo un corpo che sente il tempo addosso può sentire anche il valore del tempo.
E allora il suo percorso diventa quasi una rinuncia al mito della prestazione: come se dicesse al mondo che la perfezione non è un traguardo ma una distanza.
C'è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui Andrew guarda gli altri invecchiare: lui resta uguale mentre gli altri cambiano.
Gli altri perdono energia, perdono bellezza, perdono giorni mentre Andrew no e potrebbe essere invidiato per questo ma la sensazione che lascia è distanza. Appare invece come qualcuno escluso dalla vita, perché la vita non è rimanere intatti, è attraversare.
la fragilità non è una debolezza da eliminare, è ciò che rende autentica un'esistenza.
L'uomo bicentenario ci lascia addosso una malinconia particolare: quella di chi capisce che il corpo performante, invincibile, eterno non è la forma più alta di vita. È solo un corpo che non può essere ferito e che quindi non può essere toccato fino in fondo.
Andrew ci insegna che la vera forza non è non spezzarsi mai.
La vera forza è scegliere di essere vulnerabili, anche quando potresti restare al sicuro per sempre.
E in un mondo che ci chiede costantemente efficienza, controllo, resistenza, prestazione questo film sussurra una verità quasi rivoluzionaria: non siamo umani nonostante la fragilità, siamo umani proprio grazie alla fragilità.