Modesta

L'amore non è un miracolo, Carlo, è un'arte, un mestiere, un esercizio della mente e dei sensi come un altro.
Goliarda Sapienza, L'arte della gioia
Ho voluto dedicare il mese di marzo a un romanzo un po' diverso dagli altri analizzati finora, un romanzo che per me è, prima di tutto, un atto di rivolta, L'arte della gioia di Goliarda Sapienza. Al centro di questa epopea c'è una figura che scardina ogni coordinata tradizionale del "femminile", a partire dal suo stesso nome. Modesta, infatti, si rivela un nome tutt'altro che parlante o meglio, agisce per sottrazione, negando ferocemente la caratteristica dell'etichetta aggettivale a cui vorrebbe inchiodarla. La sua Storia racconta che non c'è nulla di umile o contenuto nel suo destino, l'incipit stesso si apre in un mondo privo di rifugi, in cui una bambina di pochi anni trascina un pezzo di legno nel fango, in una solitudine che è brutale apprendistato alla materia.
Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno.
L'inizio è fisico e in un certo senso quasi primordiale. Una bambina di quattro o cinque anni trascina un pezzo di legno nel fango e intorno non c'è nulla, né alberi né case, solo la fatica del corpo è precipita, il sudore insieme al bruciore delle mani ferite. È un'immagine essenziale, scavata nella materia stessa della vita. Non viene spiegata né interpretata: Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Questo gesto narrativo è già una dichiarazione di poetica di un romanzo che nasce dalla concretezza del corpo e dell'esperienza. Non c'è spazio per l'idillio o per la memoria consolatoria, qui la voce narrante opera una "pulizia" del ricordo, lasciando solo il bruciore delle mani e il sudore. Questa scelta stilistica dichiara immediatamente il patto autobiografico (o pseudo tale) dell'opera: Modesta dice esplicitamente di non voler scrivere la sua vita ma restituirla nella sua integrità fisica, sottraendola alla tentazione della letteratura come finzione o abbellimento, stabilendo la legge fondamentale della storia, la cui verità risiede soltanto nello sforzo del corpo che occupa il mondo.
Dopo questa scena all'aperto, il racconto si sposta nello spazio chiuso della casa, l'ingresso in una dimensione domestica che assume i tratti di un'archetipica "tana" della miseria, in cui si dorme e si mangia pane, olive e cipolla; si cucina soltanto la domenica. La madre cuce in silenzio, con gli occhi dilatati e il volto coperto da un velo nero su cui si posano le mosche, una figura sospesa tra mutismo e furia, o urla o tace. Accanto a lei vive Tina, la sorella, una creatura deformata, adulta nel corpo ma infantile nella mente, che non riesce a separarsi dalla madre e la segue con uno sguardo ossessivo. La scena domestica ha qualcosa di arcaico e di oppressivo, pochi tratti incisivi che creano un'atmosfera che sembra appartenere a un mondo fuori dal tempo, dominato dalla miseria e da un silenzio pesante. È proprio in questo teatro di privazione e violenza latente che la piccola Modesta compie il suo apprendistato esistenziale imparando a decifrare la fragilità umana, ed è proprio qui che avviene una delle scoperte più sconvolgenti del romanzo: quella del piacere. Da quella vibrazione nasce la scoperta dell'autoerotismo, narrata con una franchezza che ancora oggi conserva una forza perturbante. Sapienza non cerca di attenuare l'ambiguità della scena, al contrario, ne rivendica la forza dirompente. Il piacere nasce nello stesso luogo in cui esistono il dolore e la violenza, non si manifesta come alternativa al dolore, ma emerge dentro di esso, suggerendo che la vita si esprima attraverso una tensione inestricabile tra distruzione e desiderio.
Questa scelta narrativa è decisiva anche dal punto di vista letterario. Nel romanzo il corpo non è mai separato dall'intelligenza. La conoscenza del mondo passa esattamente attraverso i sensi, attraverso l'esperienza concreta del piacere e della sofferenza. Modesta non diventa consapevole grazie a un'educazione astratta o a un percorso morale, ma è vivendo che impara a capire. Ed è proprio per questo che l'infanzia raccontata da Sapienza non ha nulla di idilliaco ma è costruita come un laboratorio brutale in cui la protagonista comincia a costruire la propria identità.
La trama del romanzo si dipana attraverso un susseguirsi di nodi complessi, tracciando l'itinerario di una completa e cosciente trasformazione del trauma in vitalità. Al centro di questa parabola si staglia la figura di Modesta, fulcro di un'analisi che ne segue la scalata sociale e intellettuale senza sosta. Un percorso che prende le mosse dal convento, dove la giovane apprende l'arte della cultura e della manipolazione, per approdare a Villa Suvarita, dove, attraverso un matrimonio di convenienza e una gestione spregiudicata del potere, si impone definitivamente come la Principessa Brandiforti.
Tuttavia, il vero baricentro dell'opera, e l'asse portante di questa riflessione, risiede nella figura di Modesta. È la sua soggettività dirompente a farsi lente d'ingrandimento sul mondo, trasformando il romanzo in un'indagine profonda sulla costruzione di un'identità libera.
Già nelle prime pagine emerge la qualità più sorprendente del personaggio: la sua lucidità. Modesta osserva le persone che la circondano con un'intelligenza acuta, quasi implacabile. Riflette sulle differenze tra uomini e donne, tra corpi forti e corpi deformi, tra chi ride e chi non ride mai. Persino il mistero del mare, di cui sente parlare senza averlo mai visto, diventa per lei un enigma che accende la curiosità. Il mondo appare come qualcosa da esplorare e da interrogare continuamente.
E dai cu stu mari! Cocciuta sei! Cento volte te lo spiegai, cento volte! Il mare è una distesa d'acqua fonda come l'acqua del pozzo che sta fra il nostro podere e quella catapecchia che è la vostra casa. Solo che è blu, e che per quanto giri l'occhi non puoi vedere dove finisce.
Da questa infanzia dura e solitaria nascerà una delle figure femminili più straordinarie della letteratura italiana. Il nome Modesta che è chiaramente antifrastico suggerisce sottomissione e docilità. La donna è invece animata da una volontà di libertà indomabile, la cui vita diventa una lunga fuga dalla passività, una conquista progressiva di autonomia.
Nata in Sicilia il primo gennaio del 1900, Modesta attraversa l'intero Novecento come soggetto attivo di una storia che troppo ha marginalizzato lo sguardo femminile. La sua esistenza si intreccia con le grandi fratture del secolo, delle quali non si accontenta di essere solo testimone passiva, realtà come le guerre mondiali, il fascismo, l'antifascismo, la nascita della Repubblica. E ciò che rende davvero radicale il romanzo è proprio il suo punto di vista, il punto di vista di una donna che non ha accesso diretto al potere e per questo impara a leggerlo e a smascherarlo. Modesta è in grando di guardare la storia da una posizione eccentrica, e in questa distanza costruisce una libertà critica che rifiuta ogni subordinazione. Il suo percorso diventa così anche una scalata sociale, ma non nel senso rassicurante dell'integrazione. È piuttosto un processo di riappropriazione che parte dalla bambina poverissima, segnata dalla violenza e dall'abbandono, alla donna che entra in una famiglia aristocratica siciliana e osserva con lucidità gerarchie e ipocrisie. Non accetta il ruolo che le viene assegnato e per questo lo riscrive. Studia per apprendere e manipolare i codici del potere finendo per dominarli, con la gestione dei patrimoni, degli affetti, e soprattutto degli equilibri familiari. In questo gesto c'è una sfida profonda all'ordine patriarcale, una donna che non si limita a sopravvivere, ma conquista e ridefinisce gli spazi del comando. Questa emancipazione, tuttavia, non passa attraverso modelli edificanti o moralmente consolatori. Modesta non è costruita come figura esemplare, né come vittima da redimere ma viene rappresentata una donna complessa e contraddittoria, capace di amore ma anche di violenza, di cura come di calcolo. L'operazione del romanzo è proprio il rifiuto decisivo dell'idea profondamente radicata nella cultura patriarcale di una "natura femminile" intrinsecamente altruista, sacrificale e modesta.
Tuttavia, proprio dentro questa complessità, Modesta conserva una forza che la rende irriducibile, una gioia vitale che si dimostra essere sempre una scelta. L'Arte della gioia non come felicità spontanea, ma pratica consapevole, esercizio quotidiano di affermazione di sé contro tutto ciò che vorrebbe negarla. La gioia come forma di resistenza che rivendica il diritto di una donna alla pienezza dell'esistenza. Nemmeno il carcere, dove Modesta finisce per la sua attività antifascista, riesce a spegnere questa energia. Anche lì il suo corpo e la sua mente restano liberi, continua a conoscere e a interrogare la realtà. Il suo erotismo, apertamente bisessuale, rompe uno dei tabù più radicati, ovvero, quello di una sessualità femminile passiva, spesso regolata e controllata. In Modesta il desiderio è autonomo, non giustificato né finalizzato, una forza che appartiene interamente al soggetto che lo vive.
Il romanzo racconta così il Novecento da una prospettiva che destabilizza sia la narrazione maschile dominante sia certe semplificazioni ideologiche. Modesta smaschera il paternalismo anche degli uomini "progressisti", cogliendo la contraddizione di una sinistra che proclama uguaglianza ma continua a non ascoltare davvero le donne. Allo stesso tempo, rifiuta ogni forma di femminismo ridotto a formula o identità rigida. La sua è una libertà non codificabile, che sfugge alle definizioni e si costruisce di volta in volta nell'esperienza.
Eh, tante cose si possono insegnare: andare a cavallo, fare all'amore, ma la propria esperienza a nessuno si può dare. Ognuno la propria, con gli anni, si deve fare, sbagliando e fermandosi, tornando indietro e ricominciando il cammino.
Non è un caso che L'arte della gioia sia stato a lungo rifiutato. Troppo scandaloso, troppo libero, troppo femminile nel senso più sovversivo del termine. Il desiderio espresso senza pudore, la bisessualità, la critica alla famiglia e alla morale religiosa, una protagonista che agisce anche attraverso la violenza senza essere punita e tutto questo risultava inaccettabile, perché metteva in crisi l'intero immaginario su cui si reggeva la rappresentazione della donna. Solo dopo la morte dell'autrice, grazie alla tenacia di Angelo Pellegrino, il romanzo ha trovato finalmente spazio.
La storia, quindi, se dovessi riassumerla in poche righe per coloro che leggono il paragrafo finale e sperano di trovare un "consiglio lettura", è la Storia scritta da Modesta, la storia di una donna che non chiede di essere giustificata, né compresa fino in fondo. Una donna che chiede semplicemente di essere riconosciuta nella sua complessità, non innocente, non pura e nemmeno inconsapevole. Soltanto intera.