Mostrarsi?

17.12.2025

Edward è una persona sbiadita ed insicura che arranca in una deludente carriera d'attore mentre cerca di fuggire dagli sguardi che il suo volto attira e disgusta. Un trattamento di medicina sperimentale è il suo trampolino per una vita normale, mediocre, anonima. Tutto ciò che ha sempre voluto!

L'articolo Hellboy (la cui lettura è necessaria per la comprensione di questa riflessione) mi ha indotto a diverse riflessioni sull'essere in mostra. Dedicherò pertanto questo e i prossimi articoli al MOSTRO, con l'intento di andare passo passo verso nuovi orizzonti del pensiero sul corpo.

L'essere costantemente messo-in-mostra del mostro lo pone faccia a faccia con l'angoscia di ciò che è. Ma, nonostante ciò, il mostro in quanto umano è innanzitutto gettato nel mondo nel modo della deiezione. Non potendo immedesimarsi nel Si per fuggire dall'angoscia dell'essere-autenticamente-sé, è coercito ad un immedesimazione con sé stesso, o meglio, con la propria mostruosità. Il mostro, innanzitutto, si cela nella sua mostrità, ossia, quella o quelle caratteristiche che gli impediscono di immedesimarsi nel Si.

Edward è un mostro. La sua mostrità, la condizione che lo pone costantemente in mostra, è una malformazione chiamata in gergo clinico neurofibromatosi di tipo 1. Edward è nel mondo nel modo dell'immedesimazione impersonale con ciò che vede di sé, non si identifica nella diagnosi di neurofibromatosi tipo 1 ma nella forma che essa ha assunto in lui. Il suo essere è posto in-forma dalla neurofibromatosi di tipo 1 nella forma Edward. Perciò "Edward", il suo nome, è la sua maschera: è ciò dietro cui egli costantemente si cela da sé stesso.

Dopo la metamorfosi biochimica Edward scompare, anzi, letteralmente si stacca, o meglio, viene staccato dal volto di Guy (come egli stesso si ribattezza), dando Edward per morto (suicida). Le tragiche peripezie che si susseguono a questa rinascita mostrano un Guy che non è realmente cambiato, che conserva tutti i modi di essere di Edward tranne il suo essere mostro

Guy non è più in mostra, ma, nonostante l'euforia iniziale, torna ben presto ad assumere degli atteggiamenti ambigui: a lavoro si nasconde mostrando solo un piccolo lato di sé, a teatro finge, indossa la maschera del suo vecchio volto, finge di essere Edward. In poche parole, ancora cerca una regressione come modo di celarsi. S'era detto che il mostro, in quanto umano deietto nel mondo, assume il modo d'essere impersonale dell'identificarsi con la propria mostrità. L'effetto collaterale della terapia sperimentale, che sembra andare a buon fine, è una minuzia nemmeno considerata: tolta al mostro la sua mostrità, egli si ritrova faccia a faccia con l'angoscia. Il passaggio da mostro ad umano non equivale perciò ad un passaggio da mostrità a Si, nel modo del celarsi, proprio per il fatto che il suo essere mostro presupponeva un'impossibilità di amalgamarsi nel Si. Guy dovrebbe perciò fare lungo esercizio prima d'arrivare a spersonalizzarsi, a rimuovere realmente la maschera di Edward per indossare quella del Si.

Privato della faccia-maschera, e trovatosi a tu per tu con l'angoscia, Edward non ha altra via di fuga che regredire alla maschera-feticcio. Celatosi a sé stesso dietro Edward, Guy inizia a manifestare rigetto per la sua nuova faccia, non la capisce, non la comprende: Guy è la maschera del Si con cui il protagonista entra in conflitto, non riesce ad immedesimarsi ad essa, ne è anzi impossibilitato. Ma nonostante continui in tutti i modi a tentare di reimpossessarsi della sua vecchia maschera, questa porta con sé tutte le insicurezze e le difficoltà dell'essere un mostro, e così anche Edward è costantemente messo in questione dalla sua natura, dal suo doppio opposto: Oswald, un impertinente ed eccentrico uomo di mondo; e dalla sua invadente e fastidiosa fidanzata/regista, Ingrid.

Perdere la mostrità significa anche smettere di essere in mostra, questo solleva quella problematica che abbiamo finora chiamato rigetto. Il protagonista, quand'era Edward, era costantemente visto; nel suo tentativo di essere Guy non è più visto, è invisibile. Con invisibile non si intende che non è possibile vederlo, ossia, trasparente. Al contrario, invisibile come colui che nonostante si mostri non è mai visto, l'opposto del mostro. Ma non era ciò che voleva? Smettere di essere in mostra? Assolutamente sì, ma, una volta non-più-in-mostra non sa come e cosa essere.
Oswald è l'incubo del protagonista, poiché egli riesce ad essere-in-mostra senza sentirsi mostruoso. Il protagonista invece continua a scappare da qualcosa, si nasconde, regredisce, subisce o alla peggio reagisce facendo danni.

Pasolini, in un'intervista, alla domanda 'Che cos'è un fascista', rispondeva che un fascista è un viluppo di emozioni a lui sconosciute. Un fascista è colui che non si conosce, inteso come colui che non conosce sé stesso, perciò colui che fugge da sé. In quest'ottica potremmo riproporre la formula heideggeriana in questa maniera: l'umano è innanzitutto gettato nel mondo nel modo di essere impersonale del fascismo, e perlopiù lo rimane.
Ora sì che torna la convinzione di Pasolini che la democrazia liberale non fosse altro che la forma nuova, riorganizzata e ben strutturata del fascismo. Questo modo di essere del Si che il consumismo ipercapitalista ha sedimentato nella prassi della quotidianità dell'impero americano, non è altro che il rifiuto umano di vedersi, di abitare l'angoscia del proprio essere-nel-mondo.

Ora che il termine mostro è stato completamente allontanato da un giudizio morale ed estetico, e portato ad uno statuto radicale, potremmo interrogarci su come il nostro attaccamento all'essere in mostra ci renda dei mostri e, congiuntamente, su quali siano ulteriori sfumature ontologiche e possibilità di agency di coloro che sono in mostra.