Essere umani

Mi sono spesso trovata a riflettere sulla condizione di " testimone " e ciò che questo ruolo rappresenta e sottintende. Quando decidiamo di entrare in contatto con alcune realtà e di documentarle, assumiamo anche inconsapevolmente un ruolo importante, quello che il sociologo Bourdieu nella sua opera " Combattre en sociologues " descrive come una posizione quasi insopportabile di testimoni, nella quale si trovano ad esempio i ricercatori in scienze sociali, ma non solo, nel momento in cui sono confrontati a situazioni di ingiustizia, violenza o ancora povertà. Questo ruolo, seppur scomodo, è tuttavia necessario per poter rendere conto della realtà nel modo più veritiero e concreto possibile e dare voce alle popolazioni ed alle battaglie altrimenti soffocate e dimenticate, oppure incomprese e mal interpretate.
A questo proposito, il libro dell'antropologo Philippe Bourgois " En quête de respect. Le crack a New York " è a mio avviso molto interessante, poiché propone una riflessione etica e deontologica su questa condizione ed una critica di quella che è la metodologia classica, che nella sua scelta più agiata e meno difficile di restare al margine non è in grado di restituire quella autenticità che essa stessa professa come suo obiettivo principale. Nell'introduzione del libro, Bourgois parla della sua decisione di svolgere una ricerca in uno dei quartieri più poveri di New York, East Harlem, e di interessarsi al commercio informale e alla vendita e consumazione di sostanze illegali da parte della comunità portoricana che abita il quartiere. L'autore racconta anche della difficoltà che lui stesso ha avuto nel documentare tutto ciò che ha visto ma allo stesso tempo vissuto, delle conseguenze e dell'impatto che questa ricerca ha avuto su lui e della difficoltà di poter restituire a chi legge tutta questa violenza e sofferenza in un modo fedele alla realtà ma anche rispettoso degli attori da lui incontrati. La prossimità e la creazione di un legame di fiducia con i propri interlocutori è infatti necessario in questi ambienti, ma può diventare un'arma a doppio taglio quando si tratta poi di raccontare, scrivere, descrivere la vita di queste persone con le quali si è entrati in confidenza senza dare l'impressione di volerne fare una caricatura positiva e propagandistica. A riguardo, Bourgois sottolinea anche la necessità che la scrittura in scienze sociali venga utilizzata come strumento di resistenza e non di strumentalizzazione politica.
Personalmente, trovo questa riflessione interessante poiché penso possa essere applicata, anche al di fuori del mondo della ricerca, a varie situazioni della vita ordinaria. In fondo l'antropologia cos'é, se non lo studio di ciò che di extra-ordinario c'è nell'ordinario stesso?
Credo infatti che tutti si ritrovino ad un certo punto ed in un certo momento della loro vita ad essere testimoni di un'ingiustizia, di una violenza, della sofferenza altrui. La scelta che si pone a ciascuno é allora quale posizione si decide di adottare di fronte a quella situazione. Molto spesso nella nostra società, davanti alle ingiustizie ed alla violenza le persone preferiscono voltarsi dall'altra parte, scappare oppure riprendere la scena in silenzio, da lontano, senza intervenire. L'antropologia insegna invece a prendersi la responsabilità della propria posizione, di rivestire il proprio ruolo fino in fondo se si decide di raccogliere quella testimonianza, ma ci avvisa anche del prezzo che bisogna pagare. É infatti impossibile pensare di lasciarsi attraversare da quella situazione senza farsi toccare, senza che quell'esperienza lasci un segno, senza che la vita di qualcun altro ci sconvolga. Forse però questo è ciò a cui siamo chiamati in quanto esseri umani : essere umani.