Non una partenza ma un arrivo

24.12.2025
Pensavano entrambi a loro due che, senza conoscersi, si erano incontrati per miracolo nella grande città, e ora si aggrappavano l'uno all'altro con disperato ardore. Georges Simenon, Tre camere a Manhattan

"È uno dei rarissimi libri che abbia scritto a caldo. E questo mi faceva paura". Questa frase di Simenon non è una dichiarazione d'intenti, ma una confessione, e Tre camere a Manhattan va letto così, come un libro nato senza difese, scritto mentre il sentimento è ancora vivo e fa male. Non c'è distanza, non c'è costruzione rassicurante, ma un'adesione totale all'esperienza dell'amore, a ciò che accade quando ci si accorge all'improvviso di non poter più tornare indietro. Il romanzo nasce dal rapporto tormentato con Denyse Ouimet, ma supera subito il dato autobiografico per diventare qualcosa di più universale: il racconto di come l'amore non arrivi come promessa di felicità, bensì come interruzione della solitudine.

François e Kay si incontrano una notte fredda a Manhattan, in un bar anonimo, uno di quei luoghi che sembrano esistere solo per contenere vite sospese. Sono soli in modo definitivo: senza lavoro, senza amici, senza un presente che li giustifichi. Hanno alle spalle matrimoni falliti e successi svaniti. Eppure basta pochissimo perché accada qualcosa di irreversibile. Dopo la prima notte insieme, l'idea della separazione diventa insopportabile. Il solo pensiero che, rientrando, François possa trovare la stanza vuota lo travolge, quell'idea gli era appena balenata che già lo faceva star male, e lo gettava in un tale stato di smarrimento e di panico da costringerlo a voltarsi di scatto, a controllare che Kay fosse ancora lì. Non è amore dichiarato, è qualcosa di più profondo e più vero: è il terrore di tornare e trovarsi soli. Simenon coglie uno dei nuclei più crudeli del sentimento amoroso fatto non di attrazione, non di passione, ma dell'impossibilità improvvisa di immaginarsi di nuovo senza l'altro.

In pochi giorni, in un tempo narrativo compresso e febbrile, l'amore tra François e Kay cresce come crescono le cose destinate a segnare. Troppo in fretta, troppo intensamente e senza gradualità. Le tre camere del titolo scandiscono questa iperbole emotiva. Ogni stanza è un passaggio, una soglia per un grado più alto di esposizione. La prima, quella dell'albergo Lotus, è il luogo dell'urgenza fisica dei corpi. La seconda, la casa di Kay, introduce la memoria con il passato che riaffiora. La terza, l'appartamento di François, è lo spazio della verità, dove l'amore smette di essere eccezione e diventa possibilità di vita. Era come un gioco, un gioco molto eccitante, e in ogni stanza François scopre non solo una Kay diversa, ma nuove ragioni per amarla, e un nuovo modo di amarla. Le camere non sono semplici ambienti, ma stadi dell'intimità, soglie emotive che si attraversano senza sapere se si riuscirà a tornare indietro. 

Simenon non racconta l'amore come promessa di felicità, ma come forza che interrompe l'esilio. Camminiamo con i protagonisti per Manhattan, in passeggiate interminabili che non hanno meta perché la meta fa paura. Tornare a casa significherebbe tornare a una vita che non li rappresenta più. La città diventa un labirinto emotivo, uno spazio ostile e indifferente che riflette il loro spaesamento. François si sente uno che ha tagliato i ponti con tutto, un uomo che, alle soglie dei cinquanta, non è più legato a niente, se non a una sconosciuta addormentata nella camera di un albergo più o meno equivoco. È una condizione estrema, ma anche paradossalmente limpida. Quando tutto è perduto, l'amore acquista un peso assoluto.

Tre camere a Manhattan è un romanzo che pensa mentre sente. È un monologo interiore spietato, che non risparmia nulla al suo protagonista, non gli risparmia la gelosia per un passato che non gli appartiene, non il bisogno di possesso, né la paura del ridicolo. Simenon non assolve, non edulcora. L'amore non rende migliori, rende più esposti. Ma è proprio questa esposizione a renderlo necessario. L'amore, sembra suggerire Simenon, non è un processo creativo ma un atto di riconoscimento. Non si costruisce: si scopre. Arriva come una familiarità inattesa che sorprende e consola, come la sensazione di essere finalmente nel posto giusto dopo una lunga deriva.

Kay (Annie Girardot) e François (Maurice Ronet) in una scena del film Trois chambres à Manhattan del 1965 diretto da Marcel Carnè.

Nighthawks, i Nottabuli di Edward Hopper. La stessa New York notturna e spogliata del mito, attraversata da solitudini che si sfiorano sotto luci artificiali. Il bar del dipinto potrebbe essere quello in cui François e Kay si incontrano, in cui l'eleganza non è altro che una fragile corazza. Davanti a un mondo indifferente, due persone si comprendono senza bisogno di parole. Potrebbero essere loro, potremmo essere noi.

La potenza del romanzo sta nel suo essere, senza pudore, autobiografico. Simenon racconta ciò che conosce, ovvero, l'amore clandestino, la gelosia da cui scaturisce il bisogno dell'altro che diventa ossessione, la contraddizione di non poter vivere né con né senza. È un amore che non ammette spettatori, o lo si è vissuto, o lo si giudica eccessivo, persino noioso nella sua intensità. Ma chi lo riconosce, chi lo ha attraversato, sa che non c'è nulla di più vero. François e Kay sono specchi. Specchi delle nostre certezze di paglia, delle relazioni stabili solo in apparenza. Il loro amore nasce come sesso, come rifugio, e al contempo come fuga, e diventa lentamente fusione. Non più due solitudini accostate, ma un unico spazio abitabile. Non la metà perfetta, ma un incastro imperfetto che finalmente regge.

Alla fine, Tre camere a Manhattan non promette salvezza. Promette qualcosa di più raro e più difficile: il coraggio di chiedere ancora. Nel finale, quando entrambi comprendono che domani non sarebbero più stati soli, gettano un ultimo sguardo sulla solitudine in cui erano vissuti fino ad allora. Non è una partenza, ma un arrivo.