Oro Nero

12.11.2025

Lo specchio è uno degli strumenti più potenti che abbiamo.

Pensiamo serva solo per ammirare la nostra bellezza esteriore oppure, al contrario, per non farlo affatto.

Tutto, sempre, esterno.

Ma forse ciò che ci vuole mostrare lo specchio non è questo.

Lo specchio è un riflesso, è il nostro riflesso.

E questo Evelyn l'ha capito bene.

Quante volte, di sfuggita, si è guardata? Quante volte ha utilizzato male questo strumento bellissimo?

Quante volte Evelyn ha coperto questo specchio? Quante volte l'ha rotto, volendo annullare il proprio riflesso?

Ogni volta che il vetro dello specchio si rompeva, il vetro cadeva a terra e si moltiplicava in altri mille pezzettini.

Così, invece di annullare il problema, questo si moltiplicava. Come il suo dolore, che cresceva sempre di più ogni volta che un colpo creava un nuovo frammento di vetro.

Quante volte si sarebbe scontrata con la nebbia del suo riflesso, e quante volte non ha voluto incontrarlo, pensando che la soluzione più semplice, ma più deleteria per la propria anima, fosse quella di farlo sparire, di romperlo, di non vedere ciò che il riflesso mostrava.

Perché funziona così, aveva appreso: bisogna essere forti, andare avanti senza farsi vedere fragili, come pezzi di vetro che si possono spaccare e cadere a terra.

Non voleva spaccarsi, Evelyn. Voleva vivere rimanendo salda, solida.

Ma questo comportava un prezzo carissimo: la mancanza di affetto, di cura, di amore.

Se si vuole rompere, coprire, annullare qualcosa, è perché non lo si vuole amare.

Alla fine, è giusto amare qualcosa che fa soffrire?

Perché non vogliamo soffrire?

Perché la sofferenza la vediamo come un ladro che ci porta via il tesoro più prezioso che abbiamo: la felicità.

Ma Evelyn capì che il tesoro più grande non è solamente questo.

E lo scoprì quando, un giorno, invece di voler rompere il dolore di un altro riflesso, stette a guardarlo, ad ammirarlo, e sentì la sensazione di volerlo abbracciare, cullare, di voler disegnarci tanti fiorellini attorno a quello specchio, per poi accorgersi di quanto fosse simile al suo.

Quel dolore non lo voleva rompere, annullare, non voleva disintegrare quel riflesso, ma abbellirlo: voleva prendersene cura.

E così Evelyn iniziò a domandarsi: perché non fare lo stesso con il proprio riflesso?

Forse il dolore non è un ladro, non vuole rubare nulla.

Forse vuole solo attirare l'attenzione, ma, non sentendosi compreso, inizia a rubare anche ciò che di più bello abbiamo.

Forse il collante per tenere assieme i pezzi di vetro non è una semplice colla, ma è l'amore.

È l'affetto verso sé, verso l'altro, verso una storia.

Così come Evelyn nutriva curiosità e amore per le storie degli altri, anche la sua era una storia.

Non erano semplici pezzi di vetro, ma di anima.

Riscoprì nel dolore un tesoro, una preziosa fonte di unione e di profondità con sé stessa, con l'altro, con il mondo.