pacificando (il Bianco)
Secondo Calgaco, i Romani distruggono, massacrano e rapinano, ma definiscono questo impero di morte col nome di pace: "Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant" (Dove fanno il deserto, lo chiamano pace).
TACITO
Pace di Riccardo
Viviamo in un mondo in cui il termine pace risuona continuamente, rimbalzando qua e là tra le pareti della comunicazione e dell'informazione quotidiana, quasi come fosse un mantra o il motto di un ritornello ripetitivo che continua ad essere riprodotto nelle nostre radio. "Stiamo lavorando per la pace" sentiamo dire da qualche esponente politico che rappresenta le dubbie intenzioni del "suo" Stato. Talvolta possiamo aver sentito locuzioni come "Andate in pace" pronunciate dal prete a fine messa per congedare i fedeli partecipanti. In altre occasioni più intime e personali, ci siamo imbattuti (pronunciando o ricevendo) in forme che suonano come "Lasciami in pace". Infine, se di fine si può parlare, avremo incrociato sicuramente l'uso di "Pace" come sostitutivo del termine "Amen" inteso nella sua semantica originale, ossia: "Così sia" (in linguaggio comune utilizzato spesso in successione alla ricezione di una notizia dai toni tendenzialmente negativi per indicare la nostra rassegnazione di fronte ad una data situazione). Senza spingerci in una analisi etimologico-pragmatica del termine, vorrei portare l'attenzione sullo sfondo al cui interno si muovono le espressioni sopracitate e mostrare come tutte abbiano una linea comune che le tiene unite. Tout se tien.
Il filo che vorrei presentare come legame degli usi della parola "Pace" nella quotidianità è frutto di una pura speculazione e come tale va (non) interpretata; ciò a cui vorrei portasse questa brevissima riflessione è l'apertura della possibilità di fermarci rispetto alle associazioni e agli spostamenti che commettiamo nel momento in cui introiettiamo un dato riquadro entro cui si muove una determinata parola.
Ho scelto coscientemente di proporre solo in ultima battuta l'accezione del termine presa nel suo essere sostituzione di "Amen" perché sostengo che possa essere una prima chiave per tracciare la linea di confine in cui questa parola - Pace - si sta muovendo nella nostra epoca. Spesso il Così sia-Amen-Pace è sostituito ulteriormente (come un doppio sostituisce il suo primo) da un vago gesticolare disinteressato che si può tradurre in una scrollata di spalle, accompagnata da una postura accondiscendente e l'allargarsi delle braccia ad indicare un atteggiamento di estrema flemma. Il concatenamento gesto-tono ci costringe all'associazione immediata tra Pace e una condizione di rassegnazione assoluta di fronte agli eventi accaduti(ci), suggerendo una prima cornice i cui tratti sono propri della passività. L'orizzonte degli eventi sembra eccedere il nostro arbitrio e spingersi talmente al di là che ci abbandoniamo alla ferma fede di un "Così sia", nella speranza che questo atteggiamento ci dia stabilità e serenità attenuando il nostro turbamento. Sembra essere questo il punto d'arrivo, la Pace: la fermezza e stabilità dell'animo che annulli l'agitazione in noi. Alla luce di ciò, l'espressione "Andate in pace" risulta essere un augurio di buona continuazione della quiete (paradosso!) della nostra anima, ossia uno stato di armonia interiore che ci permetta di ritornare alla nostra dimora purificati e senza tensioni, assimilabile ad un certa disposizione alla beatitudine. All'interno di questo orizzonte possiamo situare anche la forma: "Lasciami in pace" da intendersi ora come richiesta (e in un certo senso lato, richiamo) di mantenimento e continuazione (vale a dire, riproduzione) della propria quiete, ovvero la propria immobilità. Si rende chiaro come ci sia uno spostamento ulteriore rispetto alla forma precedente: il termine Pace non indica più solo una disposizione-stato ma anche un luogo (per cui l'ultima forma si traduce: "Lasciami nel luogo-zona dell'immobilità").
Ho tralasciato appositamente il primo caso presentato a inizio riflessione perché ritengo possa essere un buono spiraglio per aprire alle conclusioni di questa minuta speculazione. Dopo aver tracciato le linee per cui la Pace è disposizione-stato-luogo, possiamo aggiungere che essa è posta nella cornice dell'oggetto e che questa nuova semantica è legittimata proprio dalle frasi del primo tipo: "Stiamo lavorando per la pace", in cui Pace sembrerebbe essere un artefatto che ha bisogno di una certa dose di lavorio per essere fabbricato. Intesi nel modo che ho descritto fino ad ora, Oggetto-Stato-Luogo vengono sostenuti da un'unica trama: la Pace come essere-inanimato, immobile e che disinnesca tensioni, ossia un essere-senza-vitalità; il raggiungimento di quello stato-luogo entro cui la dimensione oggettuale si mostra in tutta la sua impotenza e dipendenza dalla mano di un centro di potere. Infatti, l'oggetto inanimato non potrà mai lavorarsi da sé, esso verrà sempre "prodotto" da qualcun altro. Inoltre, l'oggetto inanimato dovrà essere-mosso in quanto incapace di automovimento, di autonomia. Il centro di potere che ha "fabbricato" la "Pace" sarà legittimato (da sé, in quanto fabbricatore) a muovere l'oggetto a proprio piacimento e a sua discrezione. Lo spostamento verso una nuova semantica a più facce sembrerebbe sostenere (quindi, giustificare) dei principi gerarchici e delle strutture di potere, con il fine di raggiungere un punto conclusivo in cui la Pace verrà letta solo in termini di non-movimento e non-vita, ossia entro la cornice della dimensione inanimata e detensiva.
In conclusione, se il concetto di Pace verrà legato all'esser passivi (Stato), all'immobilità (Luogo) e al render dipendenti (Oggetto), esso sarà (e rimarrà) Morte sino a quando non verrà spogliato dei "suoi" caratteri per assumere le vesti della libera prosperità vitale - poiesis come libera produzione, ossia ciò che si sgancia dalle strutture di potere per produrre liberamente con intensità.
Bianco di Ruben
Diremo dunque "pace" il quieto vivere, quel vivere che in quanto cheto nega il suo stesso presupposto originario, il movimento. La Φύσις (physis) che determina il brulicare della vita. La pace assume il volto di ciò in cui il brulicare della vita è negato, dunque dell'asettico e dell'igienizzato; ciò in cui la vita non brulica, ciò in cui regna la pace, l'immortale. Non a caso ci imbattiamo costantemente nella necessità che la pace perduri. "Lasciami in pace" appunto, lascia che la mia pace sia (per sempre), tanto quanto: lascia me nel luogo della pace; luogo della pace e dunque luogo dell'eternità e dell'immortalità che è, evidentemente, il paradiso. E la pace in terra? Così in cielo e così in terra dopotutto, no? Cosa c'è di più pacifico della democrazia? Infondo, la guerra stessa la si fa in nome della democrazia, ossia della pace. E non è un caso se chi si adagia nel quieto vivere è detto demo-cristiano, il vero abitante del paradiso in terra!
Dunque di che morte si sta parlando quando Riccardo, in conclusione, scrive: «se il concetto di Pace verrà legato all'esser passivi (Stato), all'immobilità (Luogo) e al render dipendenti (Oggetto), esso sarà (e rimarrà) Morte»? Non una morte naturale, viva e brulicante; ma una morte asettica, costruita, funeraria. S'era già detto qualcosa in Decomposizione, mi si permetta di spingermi un po' più avanti con la riflessione. Qual è il colore della pace? La bandiera, il paradiso, l'Europa: bianco. Le rivendicazioni sociali dei movimenti per i diritti degli afrodiscendenti americani e gli studi sulla decolonizzazione e post-colonizzazione hanno costruito una nuova semantica al termine Black che non riesce a passare nella traduzione italiana "nero" che perlopiù rimane un termine offensivo, o un colore. Il termine Black è usato in senso identitario, riconduce ad una storia culturale travagliata ed esprime la potenza della Black Community. Non mi trovo molto sulla questione ma il termine Black in questa accezione è estremamente utile, ancor più se gli opponiamo "Bianco". Bianco come colui che perdura nella pace, colui che farebbe di tutto per mantenerla e che è portato a proiettarla ovunque porti il pensiero. Il bianco come colonizzatore pacifico, esportatore di democrazia, buon cristiano e borghese con la pancia piena. Questo implica uno slittamento, non è più bianca la persona d'origine caucasica o con la pelle bianca, bianca è la persona che non vuole essere turbata; la persona che si siede sulle scomodità, le inadeguatezze e le ingiustizie; che si adatta e macina soldi in nome del quieto vivere.
La pace signore e signori, roba da bianchi!
Desertico di Riccardo
Triste il bianco… sotto mille lune che vorrebbe controllare; il paradosso - sottolineato dalla continuità della quiete - lascia trasparire tutta l'informità del Bianco, del Borghese: colui che è normale e vuole normalizzare annientando. Si incastra strappandosi e incastra strappando, senza reali remore - ossia colui che siede dove non c'è più paura, dove non c'è più forza.
Triste anonimato… sotto mille soli che non può controllare; il giusto è labile se nel disprezzo si ama trovare un prezzo. Il pezzo di terra sarà loro, in quanto coloro che sono colore Bianco non hanno altro che il Bianco. Non saltano, non navigano, non naufragano; essi soltanto galleggiano, portando "salvagenti" (o agenti "salvifici") a coloro che vogliono affondare, a cui piace naufragare e la cui vita è fatta d'un continuo perdersi.
Il Bianco non è il borghese arricchito. Il Bianco è anche il borghese arricchito.
Il Bianco è anche l'operaio con il sogno di ricchezza, il cui operare è solo a favore di una futura Pace promessa, di una chimera che mostra la volontà di prevaricazione.
Il Bianco è anche l'asetticità del camice di un dottore, la sua freddezza, le pareti di una struttura ospedaliera che operano a favore d'un ordine, di una Pace organica.
Il Bianco è anche carta, soldi, tela; è la sera fatta di discorsi convenzionali, codificati, come un triste ritorno a casa di uno scolaretto che si sente chiedere: "come è andata a scuola?" —— scrollata di (s)palle: "bene".
Perché il Bianco è anche il (B)bene, in quanto entità immortale, immobile, eidetica, oggettuale, strumentale. Niente a che vedere con il colore.
Il Bianco è anche il fumo di una bomba, di una tromba, di una divisa, di una salina, d'una triste china che il Capo ha dato al suo capo.
Perché il Bianco è anche il deserto, il desertico, il sabbioso senza differenza, senza vita.
Perciò, il Bianco è anche Casa.
In tutto questo, il nostro disgusto è estremamente colorato: è vento, è tribù molteplice che passeggia nel mare, che nuota nell'asfalto; è un animale-cacciatore e un cacciatore-animale in una foresta in cui entrambi seguono le tracce dell'altro. La virgola, lo spazio il tacco, il tanfo
Non-il-punto, non-il-deserto, non-il-Bianco