Sette piani

Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente cosi buia? Era pur sempre pomeriggio pieno.
DINO BUZZATI, La Boutique del mistero
L'estate (e soprattutto il caldo) favorisce spesso un ritorno alla forma breve, "da viaggio", un ritorno a quei racconti che riescono a concentrare in poche pagine una densità di immagini capace di lasciare tracce più profonde di molte narrazioni più estese. Per questa ragione ho deciso di dedicare i prossimi mesi ad una serie di riflessioni su La boutique del mistero di Dino Buzzati, raccolta nella quale la scrittura di Buzzati raggiunge una delle sue espressioni più compiute. Sono racconti brevi, leggibili con apparente leggerezza, ma allo stesso tempo attraversati da una tensione continua che trasforma la quotidianità in qualcosa di ambiguo all'interno di una dimensione perturbante. In Buzzati il mistero si insinua negli spazi ordinari, senza irrompere mai con prepotenza nella realtà. Nei suoi racconti, infatti, è raro trovare storie inquietanti di improvvise deformazioni della realtà perché il più delle volte l'angoscia nasce dalla normalità e da ambienti perfettamente riconoscibili, da gesti praticamente amministrativi e parole pronunciate con calma. Tra i testi della raccolta, Sette piani occupa un posto centrale. Il racconto si snoda sull'attesa, e la percezione di un destino ineluttabile, l'impotenza dell'individuo di fronte a meccanismi che sfuggono al suo controllo. Il racconto si apre in un'atmosfera solo apparentemente rassicurante, fin dalle prime righe, il lettore avverte che dentro quell'ordine si nasconde qualcosa di terribile, una forza silenziosa che trascina lentamente il protagonista verso il basso.
Giuseppe Corte, il protagonista, entra in una clinica rinomata per curare una forma lieve di malattia e viene collocato al settimo piano, riservato ai pazienti meno gravi. Tutto appare ordinato ed efficiente. I mobili sono chiari, l'ambiente elegante e ospitale. Eppure, proprio questa compostezza iniziale contiene già un elemento profondamente inquietante. L'ospedale è organizzato secondo una gerarchia verticale rigidissima. Più si scende, più la malattia si avvicina alla morte. L'intero racconto si costruisce sul progressivo scarto tra la percezione che Corte ha di sé e la realtà che lentamente gli si impone davanti. Il protagonista continua ostinatamente a considerarsi un malato lieve, quasi estraneo al vero universo della clinica. Ogni trasferimento verso i piani inferiori viene interpretato come momentaneo, come il risultato di esigenze organizzative o di semplici errori burocratici. La sua ostinazione assume progressivamente i tratti dell'autoinganno in cui Corte difende la propria appartenenza al settimo piano come se in quella posizione si concentrasse la sua stessa identità, la prova di essere ancora distante dalla fine. Capiamo subito , quindi, che la struttura stessa dell'ospedale possiede un valore simbolico immediato. I sette piani non rappresentano soltanto diversi gradi della malattia, diventano la materializzazione concreta di una discesa esistenziale. Proprio questa resistenza psicologica costituisce uno degli aspetti più tragici del racconto, perché il lettore comprende molto prima del protagonista che la discesa non avrà ritorno.
La forza della narrazione nasce anche dal modo in cui Dino Buzzati costruisce linguisticamente l'angoscia. La sua scrittura evita costantemente l'enfasi e mantiene un tono quasi cronachistico, i dialoghi tra Corte e i medici sono dominati da formule prudenti di rassicurazioni vaghe. Nessuno formula mai apertamente una condanna, il linguaggio medico sembra attenuare continuamente la verità.
"Io ho avuto l'ordine di condurla al primo, guardi qua." e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo stesso professore Dati.
La frase viene pronunciata con naturalezza burocratica, una semplice constatazione tecnica in cui l'orrore passa attraverso il linguaggio ordinario. Corte avverte inconsciamente il proprio destino molto prima di accettarlo razionalmente. La verità sembra emergere in forma sotterranea attraverso sensazioni indefinite che il protagonista tenta continuamente di reprimere, è presente una profonda frattura tra coscienza e intuizione, tra ciò che l'uomo comprende intimamente e ciò che rifiuta di ammettere a sé stesso. Persino gli spazi partecipano alla costruzione dell'angoscia. Al settimo piano dominano la luce e i colori chiari in una sensazione di apertura. Scendendo verso il basso, gli ambienti diventano progressivamente immobili, l'atmosfera stessa assume un carattere funebre. La clinica si trasforma così in una sorta di inferno moderno, completamente realistico e proprio per questo ancora più perturbante.
Uno degli aspetti più inquietanti di Sette piani riguarda l'assenza di un vero colpevole. I medici non sono crudeli, gli infermieri eseguono ordini e i loro errori sembrano casuali. Tuttavia, il sistema continua a trascinare Corte verso il primo piano con una precisione implacabile che trasforma l'ospedale in una gigantesca macchina burocratica che funziona indipendentemente dalla volontà degli individui. Corte, e in un certo senso il lettore stesso, continua ad aspettare il momento della guarigione che lo faccia risalire al settimo piano da cui era partito all'inizio del racconto, della correzione dell'errore che lo ha trascinato in basso. Questa speranza lo sostiene e contemporaneamente lo consuma. Come molti personaggi creati da Buzzati, vive proiettato verso un futuro che dovrebbe restituire senso alla sua esistenza e che invece continua continuamente a sottrarsi. L'attesa diventa allora una forma di paralisi interiore, una condizione che impedisce di guardare lucidamente la realtà. Il finale raggiunge una potenza straordinaria proprio attraverso la sottrazione. Quando Corte viene trasferito al primo piano e le tapparelle si abbassano, la morte arriva senza teatralità, quasi come l'ultimo passaggio di una procedura inevitabile. Rimane soltanto un uomo ormai svuotato, senza alcuna ribellione eroica, né rivelazione improvvisa, un uomo incapace di opporsi a una discesa iniziata molto prima che lui stesso ne prendesse pienamente coscienza. Ed è forse proprio questa la verità più dolorosa contenuta nel racconto. L'uomo continua ostinatamente a credersi distante dalla propria fine, continua a pensarsi ancora abitante dei "piani alti" dell'esistenza, mentre il tempo e la realtà lo stanno già conducendo altrove.