Telemaco

16.09.2026

Dopo questi mesi estivi in cui il caldo non ha dato tregua, torno a scrivere proponendo qualcosa di un po' diverso da quello che ho sempre fatto finora nelle mie analisi. Torno a scrivere, questa volta non partendo propriamente da un libro letto, ma da un libro riletto più e più volte e da un film che, ancora prima di arrivare sul grande schermo, ha fatto discutere e ha diviso le opinioni di tutti i classicisti convinti di vedere i ventiquattro libri dell'Odissea seduti sulle poltrone del cinema. Un film atteso a lungo, capace di riportare al centro dell'immaginario contemporaneo una storia che conosciamo da secoli e che, proprio per questo, rischiamo talvolta di considerare troppo familiare. Tuttavia, ancora una volta, rimango fermamente convinta che sia effettivamente Calvino a ricordarci il significato più fedele di classico, ovvero che i classici che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire tanto più si leggono davvero e si trovano nuovi, inaspettati, inediti si impongono come indimenticabili, si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo individuale. Di un classico ogni rilettura é in realtà una prima lettura che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Ogni volta che torniamo a un classico, infatti, lo facciamo da un punto diverso della nostra vita. Cambiano le domande con cui lo leggiamo perché cambiano le esperienze che portiamo con noi. Le parole sono antiche, le storie appartengono a un mondo lontanissimo dal nostro, ma qualcosa continua a raggiungerci. Quando ho iniziato a comprendere che la loro lontananza nel tempo coincide, paradossalmente, con la straordinaria capacità di abitare il presente, credo di aver iniziato ad amare la lettura, i miei studi, il mio percorso. Posso affermare che un classico diventi "nostro" solo quando smette di essere soltanto un testo da conoscere e analizzare in classe e comincia a diventare uno spazio nel quale riconoscere qualcosa di noi.

Ho deciso così di dedicare questo e altri articoli a temi e personaggi dell'Odissea che sento particolarmente vicini e che il film ha riportato davanti ai miei occhi con una forza nuova. Scrivere di loro nasce innanzitutto dalla passione e dalla piacevolezza della lettura, dal piacere di tornare su una storia conosciuta, fermandosi su una scena o su un personaggio e scoprire che, dietro ciò che credevamo di sapere, c'è ancora qualcosa da comprendere.

Telemaco è proprio quella figura che attraversa lo spazio e il tempo.

Telemaco è il figlio per eccellenza. La sua storia è innanzitutto la storia di un giovane che cerca di comprendere sé stesso a partire dall'assenza del padre, che cresce mentre cerca un uomo che non ha mai potuto conoscere davvero e che costruisce la propria identità attraverso una domanda destinata ad accompagnarlo per tutta la prima parte del poema: dove è mio padre?

Odisseo parte per Troia quando Telemaco è ancora bambino. Gli anni passano, la guerra finisce con gli altri eroi che tornano alle proprie case, mentre il re di Itaca continua a essere lontano. Telemaco cresce, dunque, nella condizione di avere un padre continuamente presente nei racconti degli altri e contemporaneamente assente dalla sua vita. Odisseo è l'eroe che tutti conoscono e il protagonista astuto di imprese straordinarie, per Telemaco è un volto che manca. Egli desidera che il padre torni e poter stabilire finalmente con lui quella relazione che la vita gli ha negato.

Il mare separa Telemaco dal padre e, nello stesso tempo, costituisce l'unica strada attraverso la quale il padre può tornare, e così anche Telemaco si mette in viaggio, il suo, perché Telemaco vive sospeso tra ciò che è stato e ciò che deve ancora essere, trovandosi ad affrontare una battaglia che tutti prima o dopo siamo chiamati ad affrontare, quella contro noi stessi. Il padre appartiene al passato, perché la sua partenza ha segnato l'infanzia del figlio, il suo ritorno appartiene al futuro, perché nessuno sa se e quando potrà accadere. Nel mezzo c'è Telemaco, che deve crescere senza avere accanto colui che avrebbe dovuto accompagnarlo nella crescita. All'inizio dell'Odissea, Telemaco appare incerto, quasi schiacciato dalla situazione che si è creata nella sua casa. I Proci occupano la reggia, consumando le ricchezze di Odisseo, e pretendono Penelope con l'aspirazione al controllo di Itaca. La madre resiste tessendo e sciogliendo la famosa tela, Telemaco osserva, comprende il pericolo e soffre la propria impotenza.

Di lui mi dice la madre, ma io non lo so.
Nessuno da solo può sapere il suo seme.
Fossi stato il figlio felice d'un uomo,
che la vecchiezza sopra i suoi beni raggiunge.
Invece su tutti i mortali fu il più sventurato
colui del quale mi dicono figlio.
[…] E non lui solo piango e lamento,
altri mali terribili mi han fabbricato gli dèi.

È in questa situazione che Atena interviene. Sotto le sembianze di Mentore, spinge il giovane a prendere una decisione che dentro di lui esiste già e parte alla ricerca del padre.

I primi quattro libri dell'Odissea, quelli che la tradizione ha chiamato Telemachia, sono costruiti proprio attorno a questo percorso. Prima ancora che Odisseo ritorni, Omero ci mostra il figlio che lo cerca. È una scelta narrativa straordinaria, perché il ritorno dell'eroe acquista significato proprio attraverso la progressiva maturazione di colui che lo desidera. Telemaco va a Pilo, dove incontra Nestore, e poi a Sparta, presso Menelao. Incontra uomini che appartengono alla generazione del padre, ascolta i loro racconti raccogliendo informazioni sulla guerra e sulla sorte di Odisseo. In un certo senso, prima di poter incontrare realmente suo padre, Telemaco deve costruirne un'immagine attraverso le parole degli altri. Telemaco attraversa il mare raggiungendo regni lontani, incontra sovrani ed eroi e, nel frattempo, comincia a comprendere che essere figlio di Odisseo significa avere un'eredità e una responsabilità che gli assegna un posto nella storia. Per questo la Telemachia può essere letta come uno dei primi grandi racconti di formazione della letteratura occidentale che vede Telemaco partire come un ragazzo fragile e tornare consapevole della sua storia. E così, la ricerca del padre diventa anche ricerca della propria identità.

Ti darò un saggio consiglio, se vuoi ascoltarmi:
armata di venti remi la nave migliore che c'è,
parti e cerca notizie del padre da tanto tempo lontano
[…] e se del padre saprai vita e ritorno,
quantunque dilapidato, un anno ancora sopporta.
Se invece senti che è morto, che non è più,
allora tornato alla terra paterna,
alzagli il tumulo, offrigli i doni funebri,
molti, come è giustizia, e affida ad un marito la madre.

Attraverso il padre, Telemaco cerca una direzione da seguire, un'origine da cui partire, una possibilità di comprendere il proprio posto nel mondo. Ed è incredibile per il lettore (o meglio, ascoltatore) rendersi conto che alla fine il padre che egli immagina durante gli anni della lontananza non coincide con il padre che incontrerà. Lo ritengo uno dei momenti più belli dell'intero poema. Telemaco immagina Odisseo come un eroe glorioso, un guerriero capace di tornare a Itaca e di ristabilire immediatamente l'ordine. La sua fantasia, come la nostra, ha costruito una figura quasi leggendaria. Quando finalmente Odisseo ritorna, invece, si presenta sotto le sembianze di un mendicante. È una delle grandi ironie dell'Odissea. L'uomo che tutti attendono come re torna irriconoscibile.

Così dicendo baciò il figlio e per le guance
il pianto a terra scorreva: prima l'aveva frenato.
[…] “Telemaco, avendo qui il caro padre tornato,
lo guardi stordito, con troppo stupore.
Un altro Odisseo non potrà mai venire
perché son io, proprio io, che dopo aver tanto errato e sofferto
arrivo dopo vent'anni alla terra dei padri”.
[…] A entrambi nacque dentro bisogno di pianto,
piangevano forte, più fitto che uccelli, più che aquile
marine o unghiuti avvoltoi, quando i piccoli
ruban loro i villani prima che penne abbian l'ali.

Le lacrime di Odisseo, trattenute per tanto tempo, finalmente scorrono. Telemaco può davvero incontrare l'uomo che fino a quel momento era esistito nella sua immaginazione.

Ed è importante che Odisseo ritorni come uomo prima ancora che come eroe.

L'eroe glorioso che aveva immaginato lascia spazio a un uomo segnato dal viaggio e dal dolore, il fulcro attorno al quale Christopher Nolan costruisce la sua grande impresa. E poi il riconoscimento del padre che coincide con una trasformazione dello sguardo del figlio. E ricordiamo che egli cerca qualcuno da cui poter ricevere un'eredità capace di orientarlo, un'eredità che dovrà poi trasformare in una responsabilità personale.

E se l'Odisseo che conoscevi avesse perso la strada? E se una notte, in una città sconosciuta, avesse visto cose che gli avessero fatto pensare che la casa che conosceva non potesse più essere lì? E se, quando aveva lasciato la pancia del cavallo e aveva aperto i cancelli di Troia, avesse visto dieci anni di rabbia riversarsi in quella città in una notte? Abbiamo lasciato loro un regalo, un'offerta di pace, che hanno portato a casa. Abbiamo violato tutto ciò che c'era di sacro tra le persone. Abbiamo trasformato una lotta in una caccia. Bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero. Inclusa la sua casa. E se lo avesse saputo, quella stessa notte, mentre attraversava incendi, anarchia e dolore, e in un sussulto di festeggiamenti che seguiva, e se avesse saputo esattamente cosa aveva fatto?
  • Italo Calvino, Perché leggere i classici, Milano, Mondadori, 1991
  • Omero, Odissea, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1963
  • Christopher Nolan, The Odyssey, Universal Pictures, 2026, dialogo tra Odisseo e Penelope.