Una goccia

Una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino.
DINO BUZZATI, La Boutique del mistero
Di notte basta un rumore quasi impercettibile per cambiare tutto. Da una porta che scricchiola, al vento che muove qualcosa in casa. Di giorno probabilmente non ci faremmo nemmeno caso. Di notte, invece, quando il silenzio amplifica ogni suono e la mente smette di essere distratta dal frastuono delle ore che scorrono e scandiscono la vita, anche il dettaglio più insignificante può trasformarsi in una presenza inquietante. A ben vedere, la paura raramente nasce da ciò che è apertamente mostruoso. Ciò che terrorizza davvero è spesso ciò che sfugge alla comprensione, ciò che rompe, anche solo per un istante, l'ordine rassicurante delle nostre certezze. Basta un evento minimo, un'anomalia quasi impercettibile, perché il mondo che credevamo perfettamente prevedibile inizi a mostrare una crepa. Da quel momento la ragione cerca disperatamente una spiegazione, semplicemente un significato che restituisca equilibrio. E quando quella spiegazione non arriva, è proprio il vuoto lasciato dall'incomprensibile a generare l'inquietudine. È questa la straordinaria intuizione narrativa di Dino Buzzati in Una goccia, uno dei racconti più suggestivi della raccolta. L'autore costruisce un'atmosfera di tensione crescente senza ricorrere a nessuna creatura terrificante o eventi eccezionali. Al centro della vicenda c'è soltanto una goccia d'acqua che, inspiegabilmente, invece di cadere, sale lentamente le scale durante la notte. Un fatto assurdo nella sua semplicità e proprio per questo capace di disorientare profondamente il lettore.
Una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su.
Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: domandano con esasperante buona fede un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora – insistono – sarebbe per caso un'allegoria? Si vorrebbe, così per dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? o gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente.
Buzzati sembra prevedere ogni possibile interpretazione e, con raffinata ironia, le respinge una dopo l'altra. La goccia non è un topo, non è un rospo, non è il simbolo della morte, del tempo che passa o dei sogni irraggiungibili. È semplicemente una goccia, insiste. Ma questa risposta, anziché rassicurare, rende tutto ancora più inquietante. Perché se davvero è soltanto una goccia, allora da dove nasce quella paura così intensa? Perché un fenomeno tanto banale è capace di togliere il sonno, di alterare il ritmo della vita quotidiana e addirittura di insinuarsi nella mente fino a diventare un'ossessione?
Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d'acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.
È proprio questa domanda a rendere Una goccia un racconto che va ben oltre la sua trama. Buzzati non ci invita tanto a scoprire che cosa sia realmente quella goccia, quanto a interrogarci sul motivo per cui sentiamo il bisogno di attribuirle un significato. Attraverso un episodio minimo, lo scrittore ci conduce dentro uno dei territori più fragili dell'esperienza umana, ovvero, quello in cui la ragione incontra i propri limiti e scopre che non tutto può essere spiegato, né controllato o ricondotto a una logica rassicurante. È in questo spazio sospeso, tra il quotidiano e il misterioso, che prende forma una delle riflessioni più profonde dell'intera narrativa buzzatiana.
