I figli degli uomini
Un viaggio è una traiettoria, una linea che va, si esprime.
Potenzialmente ogni viaggio è l'ultimo viaggio.
A volte la linee si flette e percorrendo la propria inflessione ritorna su sé stessa, ed eccoci geograficamente al punto di partenza.
Andrebbe compreso se un viaggio predisposto, calcolato, organizzato per assumere forma circolare possa essere ancora detto tale. Una vacanza è un viaggio? O un viaggio dev'essere sempre in una qualche maniera un ultimo viaggio?


"I figli degli uomini" è un groviglio di ultimi viaggi, di sole partenze, di arrivi mancati.
Il mondo affonda a piè pari nell'autodistruzione, il tasso di fertilità femminile è sceso a zero, il caos imperversa ovunque e le rotte migratorie conducono tutte quante verso l'Inghilterra, verso le prigioni inglesi.
Il viaggio migrante è solo andata, anche se dovesse sopravvivere, anche se dovesse tornare. Il migrante compie il suo ultimo viaggio senza sapere dove questo porterà, cosa questo porterà.
Theo è un ex attivista ormai disilluso e affranto. Prende l'autobus, il caffè, va a lavoro come tutti: testa bassa, schiva le urla. Insuffla la normalità con un po' di liquore per poter continuare a non sentire, a non vedere.
Ma ci sono due occhi che non può ignorare, una voce che non riesce a tacere: l'ex moglie Julian, a capo d'un organizzazione militante e paramilitare rivoluzionaria (o, se vogliamo, terroristica), gli chiede un favore per la piccola Kee, la prima donna incinta dopo 18 anni.

Un ultimo viaggio.
Sotterraneo, cunicolare, animalesco.
Un viaggio uterino negli anfratti del mondo, negli angoli e negli interstizi pieni di polvere, nelle pieghe della società, là dove solo un animale rovisterebbe.
Una migrazione senza sosta attraverso l'umano, un divenire-bambina attraverso le strutture che vorrebbero prenderla ma temono di toccarla.
Tutti partono, nessuno torna.
Un ultimo viaggio senza biglietto, senza permesso, senza saperlo.
La clandestina che emigra verso il fuori, la bestia che cerca una fuga, tra il sudore, il sangue, i pianti.
Il divenire animalesco della partoriente, il viaggio spirituale dell'ostetrica, la fuga politica del disilluso, il trapasso sensoriale del vecchio svitato.
La piccola passa attraverso il mondo, attraverso l'umano che le si compone attorno a formare un cunicolo, una galleria di corpi, una via di fuga che porti fuori.
La piccola Dylan è in viaggio ancor prima di venire alla luce, di divenire persona.
C'è uno e un solo viaggio, e non ha né inizio né fine.
Solo sporcizia.