Into The Wild

28.09.2026

​Ci sono storie, viaggi, capaci di cambiarti dentro. 

Non si limitano a scorrere sullo schermo: ti entrano sotto la pelle, nelle ossa, e rimangono lì, diventando parte di te. Per me, Into the Wild è stato esattamente questo: una storia, un viaggio che ho sentito profondamente.

Chris ai miei occhi non è un uomo davvero libero, anzi. Questa storia ci mostra quanto la libertà si possa nascondere negli angoli più dolorosi del nostro essere. Ci mostra quanto il viaggiare lontano non presupponga essere veramente liberi da tutto e da tutti.

Chris desidera disperatamente la libertà perché è incatenata a un grande dolore: quello di non essere mai stato capito e riconosciuto dalla sua famiglia. È questa ferita profonda a guidare ogni sua scelta, ogni suo viaggio e ogni suo passo. Chissà quante scelte compiamo anche noi, ogni giorno, sulla base di ferite simili?

C'è una scena in particolare molto straziante: quando Chris riesce a cacciare l'alce e, mentre lavora la carne, comincia a parlare da solo, mettendo in scena un dialogo immaginario con suo padre e rievocando le vecchie liti familiari. Persino lì, da solo, circondato da una natura immensa e lontanissimo da tutto, il fantasma del padre è al suo fianco. Nemmeno ai confini del mondo Chris riesce davvero a essere libero da quella presenza.

Tutto questo si riflette benissimo nel rapporto con Ron, un anziano signore con cui nasce un'amicizia profonda e in cui, a parer mio, i due si sono specchiati a vicenda nella propria solitudine. È bellissima la scena in cui Chris spinge Ron a salire la collina: lo spazio che all'inizio li separa parla tantissimo, mostrandoci due persone che si riconoscono nella solitudine, ma non ancora nel valore della propria vita. Chris urla e lo provoca per spronarlo a salire, per portarlo dalla sua parte. Una volta arrivati in cima, guardandosi negli occhi, l'anziano gli dice: «Quando si perdona, si ama. E quando si ama, la luce di Dio scende su di noi». La differenza iniziale mostrata dalla distanza è in realtà una differenza sul valore assegnato alla vita. Perdonare ci permette di amare e quindi di pronunciare un sì alla vita, compreso il suo peso e il suo dolore.

​Chris ha preferito scappare dal suo dolore invece di affrontarlo davvero. Alimentando questa fuga, non si è permesso di amare la propria vita abbastanza da volerla salvare.

Personalmente mi ci sono rivista molto in questo. Penso che a ognuno di noi sia capitato di non amare la propria vita in certi momenti, di voler fuggire lontano, abbandonare tutto e tutti, odiarla e persino metterla in dubbio. Ma alla fine siamo rimasti, riconoscendo che quella voglia di scappare era solo un istinto causato dal dolore. Alla fine, in fondo, si sente sempre una luce che ci porta ad amare e a proteggere la nostra esistenza. Io questa forza la chiamo curiosità: una curiosità sana, che non va oltre il limite, ma che cammina di pari passo con l'istinto di protezione verso noi stessi, che ci conduce a rimanere per sapere cosa ci aspetta domani. Perché alla fine si riconosce che il dolore esiste, come esiste la speranza di un domani migliore. Forse anche questa è sopravvivenza, o semplicemente il non voler abbandonare la propria storia prima del tempo. ​Il dolore può fare anche questo: può farti dimenticare la prudenza. Bisognerebbe sapersi amare sempre abbastanza da non perderla mai di vista.

Ora dentro di me riecheggia un unico pensiero: chissà se Chris era davvero consapevole di tutto questo, se la sua voglia di viaggiare avrebbe potuto salvarlo se solo non avesse dimenticato di proteggersi.

La storia di Chris rimane così: un viaggio, un insegnamento, straziantemente prezioso per ognuno di noi.


Maria